Ad Aleppo è tornato lo spettro della guerra civile. Non sono bastati i 13 anni di sangue versato e interrotto solo con la caduta del regime di Bashar al Assad, da giorni nei quartieri a maggioranza curda di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh sono in corso intensi combattimenti tra le Forze democratiche siriane (Sdf) e le milizie governative di Ahmed al Sharaa. Il primo bilancio degli scontri a fuoco è di 16 morti, di cui almeno sette civili, e oltre 55 feriti.

Sfollati

Il suono dei bombardamenti, dei carri armati che entrano in città e delle raffiche di proiettili accompagnano le evacuazioni della popolazione civile. Oltre 140mila persone hanno dovuto abbandonare in poche ore le proprie case.

Per far fronte all’emergenza sono stati aperti dodici rifugi temporanei, dieci dei quali ad Aleppo e due centri nelle regioni di Azaz e Afrin. Ma le evacuazioni proseguono e il numero degli sfollati aumenta di ora in ora, aggiungendosi ai 7 milioni già sparsi nel paese tra campi informali e meno. I droni sorvolano Aleppo senza sosta, mentre le strade sono piene di checkpoint militari.

Damasco ha raccolto nei giorni scorsi uomini armati fino ai denti, tanti dei quali sono ex combattenti jihadisti cresciuti nella roccaforte della vicina Idlib. Scene che i siriani speravano di non vedere più da quando Ahmad Al Sharaa ha preso il potere e soprattutto a solo un mese esatto di distanza dalle imponenti celebrazioni per l’anniversario della liberazione del paese. Eppure in quei giorni, in Siria, si respirava un’aria tesa.

Tutti si aspettavano che prima o poi le divisioni etniche, settarie e religiose sarebbero venute a galla. Se due settimane fa era la minoranza alawita, con gli scontri nella città di Latakia, a preoccupare il neo presidente ed ex combattente jihadista al Jolani, ora sono le forze curde che controllano il nord-est del paese.

Solo tredici mesi fa Aleppo è stata la prima città a essere liberata nell’imprevedibile avanzata del gruppo Hayat Tahrir al Sham che ha poi deposto Assad. Oggi, negli stessi quartieri, gli schieramenti sono diversi, così come gli obiettivi delle due fazioni che finora avevano portato avanti i negoziati per avviare una transizione pacifica del potere.

Il comandante delle Sdf, Mazloum Abdi, ha condannato l’escalation militare che «mina le possibilità di raggiungere accordi» con il governo di al Sharaa.

«Continuare a usare la forza armata e il linguaggio bellico per imporre soluzioni unilaterali è inaccettabile e ha già portato a massacri che costituiscono crimini di guerra sulla costa siriana e a Suwayda», ha scritto Abdi su X richiamando gli episodi di violenza settaria dei mesi scorsi.

Il contesto

Gli scontri avvengono mentre i negoziati tra governo e curdi è in stallo. Il 10 marzo le parti avevano firmato un accordo per la loro fusione con l'esercito siriano entro la fine del 2025. Ora i termini sono scaduti e i nodi vengono al pettine. A nulla è servito il vertice a Damasco che si è tenuto domenica.

Difficile coesistere in un esercito dove ci sono anche ex combattenti sostenuti dalle forze turche, le stesse che negli ultimi anni hanno attaccato militarmente la regione a maggioranza curda. Da Ankara ieri il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha accusato le Sdf di essersi «trasformate in un attore che si coordina con Israele nonché uno strumento della politica israeliana del “divide et impera” nella regione». Vista l’escalation, anche l’esercito turco è stato mobilitato.

Proprio con Tel Aviv nei giorni scorsi il governo di Damasco ha raggiunto un accordo di cooperazione di intelligence, un importante distensione dei rapporti dopo gli attacchi e le incursioni dell’Idf lungo il confine. E ogni settimana che passa lo stato ebraico guadagna terreno siriano.

In questo contesto sono attesi oggi nella capitale siriana la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa. Entrambi ieri erano ad Amman per partecipare al primo vertice Ue-Giordania. Al re Abdullah II è stato garantito un pacchetto di tre miliardi di euro per il periodo 2025/2027.

Quaranta milioni sono previsti per finanziare l’accoglienza dei rifugiati siriani presenti nel paese. Ma l’obiettivo di lungo termine è un altro. «Stiamo lavorando intensamente per creare le condizioni per rimpatri sicuri, volontari e sostenibili in Siria», ha detto von der Leyen. Ma il paese è ancora in una spirale di violenza pericolosa.

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