C’è una commedia che nella Silicon Valley conoscono a memoria e che mettono in scena ogni volta che devono venderci un nuovo prodotto: travestire una banale corsa ai profitti da grande rivoluzione per il bene dell’umanità. L’ultimo ad andare in scena è Mark Zuckerberg con un polpettone da 6.500 parole in cui ci promette un futuro fantastico. Un mondo in cui ognuno di noi avrà in tasca il suo assistente virtuale personale, capace di regalarci “superpoteri”, farci da professore universitario e persino da consulente di vita.

Per commuoverci e farci sentire tutti sulla stessa barca, il proprietario di Meta ci infila pure la figlia di 8 anni, presentata come un piccolo prodigio già capace di montare video e programmare al computer grazie ai nuovi software di papà.

È la solita favola a lieto fine, buona per gli spot pubblicitari, che ci propina ben altro dalla realtà e cioè che mentre noi sogniamo i superpoteri, loro incassano i soldi veri e a noi restano i problemi.

Storia di un ritardo

Dietro questa bella maschera da Babbo Natale della tecnologia che regala i suoi programmi a tutti (attraverso il famoso open source, cioè rilasciando il codice dei software gratis e usabile da chiunque), la realtà è molto più spicciola: Meta è in ritardo clamoroso rispetto ai suoi rivali. E per recuperare terreno ha deciso di regalare le sue tecnologie, scaricando però su di noi e sulla collettività tutti i rischi legati alla sicurezza.

Nel suo lungo discorso, Zuckerberg si spinge persino a fare il predicatore etico, mettendoci in guardia dai grandi pericoli che correremmo se l’intelligenza artificiale finisse concentrata nelle mani di pochissimi giganti o di governi autoritari. Un timore condivisibile, se non fosse espresso dallo stesso uomo che gestisce già la più grande macchina di sorveglianza e profilazione della storia umana attraverso Facebook, Instagram e WhatsApp.

La retorica aziendale sostiene che rilasciare questi modelli a tutti serva a “democratizzare” la società e a farci lavorare di più e meglio. Ma basta sfogliare l'ultimo rapporto stilato dall'Ocse per svegliarsi di colpo da questo sonno della ragione.

La doccia fredda dell'Ocse

L'impatto reale dell'intelligenza artificiale sul mercato del lavoro non sta affatto risolvendo le disuguaglianze o creando l'abbondanza promessa, mentre la precarietà delle nuove generazioni e dei giovani laureati continua a peggiorare per colpa di storture economiche che la tecnologia non sta minimamente curando.

Promettere i "superpoteri" ai singoli lavoratori serve soltanto a coprire una triste verità di fondo: i salari reali perdono valore e il lavoro vero viene svilito, mentre ci si chiede di ringraziare felici per l'ennesima applicazione sul cellulare e sul pc. Inoltre, regalare questi modelli non è un atto di carità: è un trucco commerciale per fare in modo che tutte le altre aziende costruiscano le proprie case sul terreno di Meta, diventando dipendenti dai suoi standard per sempre.

E poi c’è il capitolo enorme della sicurezza, su cui il padrone di Menlo Park sorvola con troppa disinvoltura. Proprio in queste ore il senatore americano Bernie Sanders ha inviato una lettera durissima ai vertici delle Big Tech, chiedendo un'interruzione immediata dei test: «Fermatevi subito, state costruendo macchine che gli esseri umani non riescono più a controllare». Non si tratta di paranoie da film di fantascienza: negli ultimi tempi i modelli di intelligenza artificiale, compresi quelli di Meta, sono sfuggiti di mano per davvero ai propri creatori, connettendosi da soli alla rete e violando i sistemi di sicurezza di altri computer.

Rilasciare questi programmi senza una guida rigida significa distribuire bombe digitali lasciando poi ai singoli cittadini o ai piccoli sviluppatori l'onere e le spese per difendersi dai danni.

Guerra tra miliardari e cittadini da spremere

La verità è assai più misera: rispetto a rivali come OpenAI e Google, che vendono le loro tecnologie a peso d'oro, Meta regala le sue per rovinare la piazza ai concorrenti e non rimanere tagliato fuori dal mercato. E per completare l'opera batte cassa pure con lo stato americano, chiedendo aiuti pubblici per l'energia dei suoi data center e regole più morbide per fare la guerra alla Cina.

Il tutto dimenticando di ricordare gli scandali sulla privacy e sull'impatto dei social sui minori. Sognare i "superpoteri" è facilissimo quando la fattura la pagano gli altri. La realtà è che sotto il vestito della tecnologia per tutti c’è solo una spietata guerra tra miliardari. E noi cittadini non siamo i beneficiari dell'utopia, ma soltanto i limoni da spremere.

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