L’11 maggio 2016 veniva approvata la legge Cirinnà sulle unioni civili. Sarebbe stata promulgata il 20 maggio, per entrare in vigore il 5 giugno. Sono passati dieci anni, in cui cultura, politica e diritto si sono intrecciati in un processo di trasformazione della società italiana.
La legge sulle unioni civili è stata anzitutto una fondamentale leva culturale: ha reso visibili migliaia di coppie di persone dello stesso sesso fino a quel momento assenti dalla scena politica e giuridica. Un processo di riconoscimento che ha cercato di realizzare le promesse di una Costituzione scritta soprattutto per gli assenti.
Anche ciò che non è entrato nella legge sulle unioni civili è però entrato nel dibattito pubblico, come un’urgenza di fronte alla quale non è più possibile restare indifferenti. Penso alla tutela delle bambine e dei bambini con genitori dello stesso sesso; e penso al modo in cui è diventata sempre più evidente – di fronte alla concreta esperienza di coppie in nulla diverse da quelle sposate – l’irragionevole distinzione tra unioni civili e matrimonio, ormai percepita come discriminatoria.
Dal punto di vista giuridico (e giudiziario), la legge sulle unioni civili è via via divenuta diritto vivente e alcuni suoi aspetti discriminatori sono stati ammorbiditi, anche dalla Corte costituzionale. Con intensità ancora maggiore, però, le corti hanno dovuto dare risposta a domande di riconoscimento e giustizia ignorate dal Parlamento. Ciò è accaduto soprattutto per le bambine e i bambini delle coppie omogenitoriali, con un continuo e serrato confronto tra persone e associazioni, pubbliche amministrazioni e giudici.
Silenzio legislativo
In questa lotta per il riconoscimento e di fronte alla richiesta di avvicinare il diritto alla vita, il Parlamento è rimasto in silenzio. O peggio: dal 2022, assistiamo in Italia a un disegno politico regressivo. Dalle circolari del ministro dell’Interno sui certificati di nascita, fino alla legge Varchi sul cosiddetto reato universale di gestazione per altri, passando per il disegno di legge Valditara sul consenso delle famiglie all’educazione sessuo-affettiva e per il disegno di legge Schillaci-Roccella sull’accesso ai trattamenti sanitari per le persone trans minorenni, all’urgenza di riconoscere pari dignità e protezione si è sostituita l’aspra polarizzazione del conflitto politico e culturale, con una aperta ostilità verso le persone Lgbtqia+.
Un disegno al quale le corti solo in parte hanno potuto porre rimedio, subendo ogni volta accuse di interferenza o sconfinamento nel terreno della politica. Ma i giudici non fanno politica: tutelano i diritti quando le maggioranze li violano o li ignorano, esercitando un ruolo fondamentale di garanzia non in contrapposizione, ma in sinergia con il Parlamento.
La protezione che giudici e politica possono assicurare è diversa: la prima è episodica e riguarda casi specifici, la seconda è stabile e sistemica. I giudici usano le risorse dell’interpretazione, che non sono infinite e incontrano sempre il limite della legge. Il Parlamento deve invece costruire tutele stabili, riconoscendo pari dignità alle persone minorizzate.
Di fronte a una società profondamente trasformata, il punto non è quindi l’interventismo delle corti, ma la debolezza del processo politico e di un Parlamento in affanno quando si tratta di dare una risposta democratica a domande di eguaglianza e giustizia, costruendo coesione sociale a partire da esse.
I giudici hanno ormai quasi esaurito le proprie potenzialità di allargamento degli spazi di riconoscimento. E la società è attraversata da un largo favore per il matrimonio egualitario e la piena tutela delle bambine e dei bambini delle famiglie omogenitoriali, ma anche da minoranze violentemente ostili e molto rumorose (ed ascoltate).
È tempo quindi di tornare alla politica: a una legge che assicuri pari dignità a tutte le famiglie. Il percorso iniziato dieci anni fa deve essere portato a compimento, scommettendo sulle risorse della mobilitazione, della partecipazione e del dialogo tra forze politiche e società civile, come avvenuto per il referendum costituzionale.
Con una consapevolezza: la questione Lgbtqia+ nel nostro paese riguarda il riconoscimento che orientamento sessuale e identità di genere non sono elementi accidentali dell’identità individuale, ma profili essenziali in cui la dignità di ogni persona prende corpo e si manifesta. Non si tratta di ideologia, quindi, ma di una fondamentale questione politica e di cittadinanza democratica.
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