Il simbolo è una stella rossa al centro di una palla ovale. Sullo steccato che circonda il campo da rugby degli All reds - la squadra nata nel 2004 negli spazi occupati del L.O.A. Acrobax di Roma, in zona Marconi, su cui incombe la minaccia di sgombero - risalta la scritta: «Contro ogni fascismo. Mai un passo indietro». Il nome è nato per scherzo. «Nel rugby è famosa la squadra degli All blacks, ma i ragazzi che hanno fondato questa squadra avevano una connotazione politica di sinistra - racconta Stefano, che per gli All reds si occupa della parte medica - e così, per gioco, è nato questo nome. Che poi è rimasto».

L’idea era costruire una realtà alternativa al rugby romano, a lungo permeato da componenti fasciste. Gli All reds rugby oggi hanno una squadra di 120 bambini e bambine, una seniores femminile di 15 ragazze e una maschile di 35 ragazzi. Il progetto, autorganizzato e autogestito, non ha mai avuto sponsor e non prevede quote d’iscrizione né rette per i giocatori delle seniores e per i genitori degli Small reds.

Senza finanziamenti

«Si pensa che lo sport gratuito sia una forma di volontariato - dice Stefano - ma per noi lo sport è un diritto, al pari dell’istruzione e della sanità. E deve essere accessibile a tutti». Nonostante un sistema sportivo sempre più costoso, dove le realtà autogestite faticano a sopravvivere, non hanno mai accettato finanziamenti esterni: «Vogliamo preservare un’alternativa concreta al mainstream sportivo e dimostrare che un modello di qualità lontano dalle logiche di mercato esiste».

La seniores femminile degli All reds è in Serie A da anni. E l’anno scorso la squadra maschile ha partecipato alla finale di un torneo interregionale battendo squadre radicate sul territorio: la Primavera, il Segni e la Luiss. Sulla parete che dall’ingresso conduce alla sala principale dell’Acrobax ci sono i ritratti di Renato Biagetti, il ragazzo romano ucciso a Focene per mano fascista, e di Antonio Piccinino, morto mentre svolgeva una consegna di lavoro. Fuori, sul campo da rugby, alcuni ragazzi giocano a palla. In sottofondo si sente musica cubana.

Foto Riccardo Albanese
Foto Riccardo Albanese
Foto Riccardo Albanese

«Stiamo organizzando un aperitivo per raccogliere fondi a sostegno di Cuba. Vogliamo mandare materiale sanitario», spiega Stefano. Una bandiera cubana campeggia sul bancone davanti alla clubhouse. «Abbiamo un legame antico con Cuba», racconta ancora Stefano. «La prima volta che gli All reds andarono lì fu nel 2007, per una partita contro alcuni universitari».

Poi arriva Silvia, ex giocatrice che oggi fa parte del collettivo della squadra. Racconta che tra gli allenatori e le allenatrici ci sono ex giocatori ed ex giocatrici, ma anche genitori dei bambini e delle bambine che frequentano il campo. Fanno i lavori più disparati: insegnanti, medici, architetti. «Li formiamo noi. Seguono il corso base della Federazione italiana rugby e, una volta ottenuto il tesserino, iniziano ad allenare».

Arrivano anche Elisa e Luciano, capitani della seniores femminile e di quella maschile. «Attraverso gli All reds vogliamo abbattere gli stereotipi di genere legati agli sport di contatto e al rugby, visto come un’attività prettamente maschile», dice Elisa. «Molte ragazze ci hanno detto che avrebbero sempre voluto provarlo ma che temevano di farsi male».

La rete

I giocatori e le giocatrici delle seniores arrivano da Roma, ma anche da Francia, Colombia e altre parti d’Italia. «Bambini, bambine, studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici possono allenarsi senza pagare quote. Per noi è una forma di riscatto sociale», dice Luciano. Gli All reds sono in rete con altre realtà rugbistiche popolari italiane. Organizzano ritiri, amichevoli. E tavoli di discussione sullo sport popolare.

Foto Riccardo Albanese
Foto Riccardo Albanese
Foto Riccardo Albanese

Nel quadrante sud di Roma, tra San Paolo e viale Marconi, l’Acrobax è una roccaforte importante. Superata l’insegna dell’ex Cinodromo, ci sono un birrificio, una cucina con il forno a legna per le pizze, i campi da rugby e la palestra popolare. Il doposcuola, una sala di registrazione e una stanza per le riunioni e le letture. «Questa non è la prima minaccia di sgombero che riceviamo. Siamo sempre stati attenzionati», raccontano Stefano ed Elisa. Ma l’Acrobax non è un classico centro sociale: «Qui proviamo a costruire un’alternativa reale su più fronti».

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