Capitano per sempre. È così che ogni tifoso del Milan ricorderà Franco Baresi, con quell’indimenticabile numero 6 sulle spalle e quell’eleganza sempre mostrata, mai ostentata, in tutti gli stadi d’Italia e del mondo. L'ultimo grande libero del calcio italiano, nominato in occasione del centenario del club rossonero giocatore più importante della storia del Milan e che in carriera aveva indossato – Nazionale esclusa – una e una sola maglia, aveva 66 anni e si è spento nella notte.

Qualche giorno fa era circolata la notizia della sua dipartita, subito smentita dai rossoneri. Ed è stata la stessa società a dare l’annuncio della scomparsa di Baresi, oggi: «La storia del Milan - si legge in un post su X - è in lacrime. Il suo esempio e la sua profondità saranno, per sempre come la sua maglia numero 6, parte integrante e fondamentale del dna e del cammino di tutto il club. Le condoglianze che AC Milan porge alla famiglia tutta di sono le stesse che ogni tifoso rossonero fa a sé stesso in un'ora così dura», conclude il club. 

Stava già male quando a febbraio aveva ricevuto in mondovisione l'ultimo, commovente omaggio: nella cerimonia di apertura dei Giochi di Milano-Cortina fu lui a comparire a San Siro con la fiaccola olimpica in mano, fianco a fianco con l’eterno rivale (e compagno in azzurro) Beppe Bergomi.

Una carriera straordinaria

Baresi aveva solo 14 anni quando perse entrambi i genitori. Un'esperienza che lo costrinse a maturare in fretta e che contribuì a forgiare il carattere con cui, appena 17enne, debuttò con il Milan nell'aprile 1978, sul campo del Verona. All'inizio tutti lo chiamavano Piscinin, «il piccolino», per quel fisico minuto, ma quel soprannome era destinato a durare poco. Gianni Rivera ne intuì immediatamente il talento, lo accolse nello spogliatoio e gli pronosticò un futuro da protagonista.

Già nella stagione successiva Baresi era diventato il punto di riferimento della difesa rossonera, contribuendo alla conquista del decimo scudetto della storia del Milan. Il suo legame con il club resistette anche ai momenti più difficili: rimase infatti fedele alla maglia durante le retrocessioni del 1980 e del 1982, anno in cui fece comunque parte della spedizione azzurra che conquistò il titolo mondiale, pur senza scendere in campo.

La fascia di capitano arrivò prestissimo, a soli 22 anni. Ormai non era più il «piccolino», ma il leader della squadra, destinato a essere accostato al suo idolo d'infanzia, Franz Beckenbauer. Da quel paragone nacque il soprannome di Kaiser, che avrebbe accompagnato una carriera straordinaria: sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, quattro Supercoppe europee e due Supercoppe italiane.

Il suo valore, però, va ben oltre il palmarès. Baresi è stato il filo conduttore del Milan di Nils Liedholm, Arrigo Sacchi e Fabio Capello. Lo stesso giocatore che a 12 anni era stato scartato dall'Inter, dove militava già il fratello Beppe, è diventato il simbolo del club rossonero, condividendo il campo con campioni come Rivera, Paolo Maldini e Marco Van Basten, senza mai risultare inferiore per eleganza tecnica, intelligenza tattica e qualità nell'impostazione.

Nel 1989 sfiorò anche il Pallone d'Oro, superato proprio da Van Basten, in un'epoca in cui sembrava quasi impossibile immaginare un difensore vincitore del premio. Del resto, Baresi era molto più di un semplice difensore. Come Beckenbauer, costruiva il gioco partendo dalle retrovie e interpretava il ruolo di libero in modo rivoluzionario, perfettamente adatto a un calcio fondato su zona, pressing e verticalizzazioni. Proprio questa sua completezza convinse Enzo Bearzot a impiegarlo anche da centrocampista in Nazionale, dove però quel ruolo era occupato da Gaetano Scirea.

Con l'Italia, si diceva, conquistò il Mondiale del 1982 senza collezionare minuti in campo. Dodici anni più tardi sfiorò invece il trionfo da protagonista, guidando gli azzurri fino alla finale di Pasadena contro il Brasile, pochi giorni dopo essere rientrato da un grave infortunio.

Di quella notte restano impresse soprattutto le sue lacrime al termine della sfida, l'immagine di un campione che aveva dato tutto. Le stesse lacrime con cui oggi il mondo del calcio saluta per sempre il suo indimenticabile Piscinin.

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