Da una parte un salto nel futuro, talmente improvviso da risultare impossibile da misurare immediatamente; dall’altra un primato arrivato proprio grazie a “quel” salto futuristico, che resiste da 35 anni. Bob Beamon e Mike Powell sono separati da 17 anni di età, ma resteranno uniti per sempre da quella pedana, da quello stacco, da quel volo e da quella sabbia.

Bob Beamon ha compiuto 80 anni il 29 agosto, Mike Powell ne ha 62. Eppure, se si potesse fermare il tempo e mettere in fila le immagini di due giornate lontanissime, sembrerebbe quasi che tra loro esista un filo invisibile. Prima Città del Messico, 18 ottobre 1968, poi Tokyo, 30 agosto 1991. Prima gli 8,90 metri che sembravano appartenere a un’altra epoca, poi gli 8,95 che hanno chiuso una delle attese più lunghe della storia dello sport.

I due salti sono separati da appena 23 anni: cinque centimetri li dividono nella misura, una vita sportiva intera li accomuna.

Saltare… lontano

Quello di Beamon, più che un record, fu per molto tempo una frontiera. Il precedente primato mondiale, 8,35 di Ralph Boston, venne cancellato con un salto più lungo di 55 centimetri: una distanza enorme per una specialità nella quale i record, normalmente, si conquistano centimetro dopo centimetro. Beamon atterrò a 8,90, diventando il primo uomo oltre i 28 e i 29 piedi. E lo fece al primo salto della finale olimpica.

Per qualche istante, però, nessuno seppe quanto avesse saltato. Il sistema di misurazione non era preparato per quella misura, e i giudici dovettero ricorrere al vecchio metro a nastro. Il responso sembrava appartenere a un altro mondo, a un’altra epoca, quasi a un’altra atletica: 8,90.

Beamon aveva trovato in quei pochi secondi la combinazione perfetta fra velocità, tecnica, esplosività, condizioni ambientali e quella sottile componente irripetibile che accompagna le grandi imprese. L’altitudine di Città del Messico e il vento a +2,0 m/s contribuirono a creare quelle condizioni. Ma non spiegano il miracolo.

Perché il salto di Beamon non sembrava soltanto lungo. Sembrava lontano. Lontano dal tempo in cui era stato realizzato, lontano dalle misure degli altri uomini. Lontano, persino, dalle possibilità immaginate dall’atletica di allora.

Futuro e presente

Poi cominciarono a passare gli anni, i campioni, le generazioni di saltatori. Arrivarono nuove tecniche, nuove piste, nuove scarpe, nuove metodologie di allenamento. Eppure il record rimase lì, immobile, come se la sabbia di Città del Messico avesse inghiottito non soltanto Beamon, ma anche il futuro. Che, alla fine, arrivò a Tokyo. Il 30 agosto 1991, allo Stadio Olimpico, Mike Powell entrò nella storia dentro quella che sarebbe diventata una delle più grandi gare di atletica di sempre.

Ma quasi tutto, quel giorno, sembrava indicare un altro nome: Carl Lewis. Lewis era la superstar assoluta, il campione olimpico, il campione mondiale, l’uomo che non perdeva una gara di salto in lungo da dieci anni. Powell, invece, era ancora il protagonista meno atteso. Aveva un personale di 8,66, ma fino ad allora aveva perso quindici volte su quindici contro Lewis. Era un grandissimo atleta, ma non ancora una leggenda. E quella gara sembrava costruita per celebrare ancora una volta il campione che tutti conoscevano.

Poi arrivò il quinto salto. La rincorsa, la pedana, lo stacco: e per quei pochi secondi il tempo tornò indietro fino al 1968. Powell volò oltre gli 8,90. Quando comparve la misura, il numero sembrò quasi una risposta: 8,95. Cinque centimetri oltre Beamon. Il record più antico dell’atletica era caduto.

Powell aveva capito che era successo qualcosa di straordinario, ma non sapeva ancora quanto lontano fosse arrivato. Poi arrivò il tabellone, con quel numero che sembrava quasi impossibile: 8,95. Il futuro di Beamon era diventato il presente di Powell. E da quel momento il rapporto fra Beamon e Powell è diventato qualcosa di più di una semplice successione nella lista dei record. 

Record ancora imbattibili

Beamon è stato il limite. Powell è stato l’uomo che ha dimostrato che quel limite non era eterno. Ma proprio per questo, in qualche modo, Powell ha restituito qualcosa a Beamon: la conferma che il suo salto non era stato un incidente della storia. Se qualcuno aveva dovuto aspettare quasi 23 anni per andare oltre gli 8,90, allora quella misura era stata davvero gigantesca. E se per superarla erano serviti 8,95, significa che Beamon aveva avuto ragione a volare così lontano dal proprio tempo.

Quando seppe che il suo record era caduto, Beamon non si dichiarò sorpreso dalla fine del primato. Lo era, piuttosto, per il nome del successore. Si aspettava che prima o poi qualcuno potesse superarlo, anche se immaginava che sarebbe stato Carl Lewis. In fondo, era una risposta perfettamente coerente con la storia di quegli anni. Perché Lewis rappresentava la continuità, Powell la sorpresa. Lewis era l’uomo che tutti aspettavano, Powell quello che arrivò da una strada laterale e, con un solo salto, cambiò la storia.

Sono passati altri 35 anni. Nessuno ha più saltato così lontano in condizioni regolari. Powell è ancora il primatista mondiale, Beamon conserva l’8,90 che rimane il record olimpico e lo colloca ancora ai vertici della lista mondiale di sempre. È una di quelle rarissime situazioni in cui il record battuto non viene cancellato dalla memoria da quello nuovo. Al contrario: gli 8,95 di Powell hanno reso ancora più grande gli 8,90 di Beamon.

Perché certi primati appartengono alla statistica, ma altri appartengono alla storia. Quello di Powell è ancora un numero da inseguire, quello di Beamon è diventato un’immagine: un uomo sospeso nell’aria, la pista alle spalle, la sabbia davanti e un tabellone che sembra quasi non riuscire a contenere quello che è appena successo. Due uomini, due epoche, due salti. E una sola idea: quella del volo.

Il record di Beamon è durato 23 anni, quello di Powell dura da 35. Ma, in realtà, il salto più lungo è ancora quello che continua a collegarli.

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