Tre partite in dieci giorni: la prima, di campionato, ha visto i blaugrana vincere al Metropolitano, ipotecando la Liga. Ma in Champions potrebbe essere diverso: le due partite non ci diranno chi tra Flick e l’allenatore dei colchoneros è il più bravo, ma forse chi è il più rapido ad adattarsi alle difficoltà
Barcellona-Atletico Madrid è una mini serie Nba: tre partite in dieci giorni, una di campionato e due di Champions League, programmate tra sabato 4 e martedì 14 aprile. E come in tutte le serie Nba ne uscirà vincitore chi riuscirà a portare gli aggiustamenti migliori tra un match e l’altro. Uno dei tre atti è già andato in scena nel weekend, al Metropolitano di Madrid, dove il Barcellona ha vinto per 2-1, allungando a +7 sul Real Madrid, sconfitto a Maiorca e ipotecando la Liga.
Per l’Atletico quella di quattro giorni fa fosse la sfida meno sentita delle tre, se non altro per i 19 punti di distacco dai blaugrana in classifica. Eppure, almeno fino a prima dell’espulsione dell’ex Juventus Nico Gonzalez nel recupero del primo tempo, la prima gara ha dato dei piccoli spoiler delle prossime due. Tutti raccolti dal Mundo Deportivo, quotidiano vicino al Barça, che martedì mattina ha titolato «Ojo Hansi», «Attenzione Hansi», elencando una serie di motivi per cui l’allenatore dei catalani, Hansi Flick, dovrebbe stare particolarmente attento ai colchoneros.
Verticalità colchonera
Il piano partita pensato da Diego Simeone, coach dell’Atletico, era chiarissimo e ricalcava quello realizzato per l’andata delle semifinali di Coppa del Re, in cui i biancorossi hanno travolto il Barcellona per 4-0. La parola d’ordine è stata verticalità. L’idea era di scavalcare costantemente la linea difensiva del Barça, sistemata a 50 metri dalla porta, con lanci a scavalcare il centrocampo, filtranti dalla trequarti o lungolinea sugli esterni.
L’unico modo per uscire velocemente dal pressing asfissiante della squadra di Flick è stato sfruttare la sua scelta più estremista, stressando i quattro dietro e costringendoli a continue corse di 30 o 40 metri a ritroso. L’1-0 di Giuliano, figlio di Diego che si è dovuto conquistare la titolarità con il doppio del sudore perché così funziona l’”educazione simeoniana”, è nato proprio da un semplice rinvio di Lenglet che ha colto totalmente impreparato tutto il sistema difensivo del Barcellona.
Dei 14 gol realizzati dall’Atletico da quando Flick è arrivato in Spagna, 10 sono arrivati attraverso delle tracce dalle fasce o per le fasce. Non può essere un caso. Giusto per fare qualche esempio, basti pensare alle prime tre reti della già citata semifinale di Coppa di questa stagione o all’1-2 di Sorloth decisivo per la vittoria dei madrileni a Barcellona nel dicembre del 2024. Un solo gol, poi, è stato prodotto da un’azione a difesa schierata, un dato incredibile: si tratta dello 0-1 di Julián Alvarez, ancora una volta in una semifinale di andata di Copa del Rey, disputata lo scorso anno e terminata 4-4 a Montjuic, lo stadio affittato dal Barcellona durante i due anni di lavori di ammodernamento del Camp Nou.
Torna il falso nueve
A leggere tutti questi numeri verrebbe da pensare che sia favorito l’Atletico e invece no. Perché poi negli otto incroci da novembre 2024 a oggi i successi dei catalani sono 5 contro 2, con un pareggio. Lamine Yamal e compagni sono riusciti a mettere in porta il pallone in 18 occasioni, con una stratosferica media di 2,25 a partita. Una statistica che dimostra come se fai tanti gol a una squadra che ha fatto della compattezza, della solidità e dell’organizzazione degli spazi un’ossessione di vita significa che probabilmente hai il modello offensivo migliore del mondo, impreziosito dal talento di Lamine, Pedri, Dani Olmo, Ferran Torres e Lewandowski.
Il Barcellona ha inoltre trovato quasi subito le soluzioni per attaccare il blocco basso dell’Atletico, nel modo più semplice ma nello stesso tempo naturale possibile: isolare gli esterni offensivi e mandarli all’uno contro uno, quello che negli Stati Uniti chiamerebbero «single coverage», il duello standard, più immediato. Ecco il mondo Nba che ritorna.
Per farlo al meglio, però, si ha bisogno di un regista d’attacco avanzato. Da qui, Flick ha rispolverato, in versione 2026, un’intuizione che in Catalogna conoscono bene dai tempi di Guardiola: il falso nueve, ovvero un trequartista schierato da prima punta. Se però Messi, ai tempi, fungeva da svuota aria, ora Dani Olmo serve a legare il gioco e a far arrivare velocemente il pallone a Raphinha e Lamine Yamal. Il fuoriclasse 18enne sabato è uscito dal campo nervoso, ma contro l’Atletico potrebbe battere il record di Haaland come giocatore più giovane a partecipare a 10 gol in una singola edizione di Champions League.
Simeone, ciclo finito?
Presentare la partita come degli artisti dell’improvvisazione contro l’armonia di un sistema sarebbe un torto nei confronti della preparazione dei due staff tecnici, ma come principi calcistici non si va neanche troppo lontano.
Uno dei più vecchi proverbi Nba dice che un buon attacco supera sempre una buona difesa, eppure negli incroci di Coppa del Re, per ora, tra Flick e Simeone siamo pari: l’anno scorso è passato il tedesco, quest’anno l’argentino che, dovesse uscire male, potrebbe pure considerare il ciclo finito e decidere di lasciare il club.
Questi quarti di finale di Champions non ci diranno chi dei due è il più bravo, ma forse chi è il più rapido ad adattarsi alle difficoltà.
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