La provocazione della stella francese (ogni giocatore indichi a inizio carriera per quale selezione vuole giocare) intercetta un tema esistente, ovvero la tendenza delle federazioni ad attingere alle diaspore per rafforzarsi sfruttando il talento formato da sistemi sportivi nazionali più avanzati. Ma è impossibile da applicare per diversi motivi
Chi ha uno status di nazionalità plurima indichi a inizio carriera per quale squadra nazionale intende giocare. La provocazione lanciata da Kylian Mbappè è di quelle che lasciano il segno, per quanto sia impossibile da applicare. Di sicuro c’è che le dichiarazioni rilasciate dall’attaccante francese del Real Madrid toccano un punto che da un mese all’altro si fa sempre più sensibile: la propensione di calciatrici e calciatori a optare per una nazionale diversa da quella del Paese di nascita, sfruttando un composito profilo personale di nazionalità.
Una pratica che è ormai diventata un’esplicita forma di reclutamento, grazie alla quale le federazioni nazionali sono nelle condizioni di rafforzare le loro rappresentative nazionali attingendo abbondantemente alle diaspore. Che a loro volta, come da noi evidenziato in un recente articolo di ricerca, vengono convertite in ampi bacini per la selezione del talento. Con l’effetto di rafforzare la loro competitività internazionale grazie all’acquisizione di talento formato in sistemi sportivi nazionali che spesso sono più avanzati e selettivi.
Direzione ostinata e contraria
Come detto in precedenza, la soluzione proposta da Mbappé (che si è espresso in questo senso nel corso di una puntata di The Bridge, lo show tenuto su YouTube da Aurélien Tchouaméni, suo compagno di squadra nel Real Madrid e nella nazionale francese, non è applicabile né risulterebbe equa nella sua ispirazione.
Interrogato sul motivo che lo ha portato a scegliere la squadra francese (quella del Paese di nascita) anziché quella del Camerun (Paese di nascita del padre) o dell’Algeria (Paese di nascita della madre), Mbappé ha risposto che la nazionale non è come un club: è un fatto di identità, di appartenenza, e da ciò deriva l’adesione a un progetto sportivo. Per questo, a suo giudizio, sarebbe il caso di far sì che i calciatori optino a inizio carriera per la nazionale da cui possono essere selezionati. Mozione irrealizzabile, per diversi motivi.
Innanzitutto, perché sarebbe fuori dal tempo, nell’epoca in cui trionfa la cultura della globalizzazione. Fra i cui effetti c’è anche la generalizzata apertura al principio di multinazionalità. In secondo luogo, perché la Fifa stessa ha reso più morbide le regole sull’eleggibilità e sui cambi di nazionalità, dando la possibilità di giocare per un’altra nazionale anche a chi ha già giocato non più di tre partite ufficiali con la nazionale del Paese di nascita, a patto che il cambio avvenga entro il 21esimo anno di età.
Ma soprattutto c’è che una scelta così drastica andrebbe contro agli interessi di gran parte delle federazioni nazionali, a cui verrebbe sottratta una formidabile leva di reclutamento.
Per capire basta leggere i dati sul numero di calciatori che, nelle diverse edizioni dei Mondiali di calcio, hanno giocato per la nazionale di un paese diverso da quello di nascita. Una preziosa infografica curata dal sito Vox.com dimostra che, a Qatar 2022, si è toccato il picco: il 16,5 per cento di calciatori convocati per la fase finale si trovava in questa posizione, ben 137. Rispetto a questo nuovo andazzo, due Paesi segnano le tendenze opposte: da una parte c’è il Marocco (semifinalista in Qatar), con una squadra che aveva ben 14 calciatori nati all’estero; all’estremo opposto si piazza la Francia, che come dimostrato da un’elaborazione di QZ.com ha visto vestire la maglia della propria nazionale soltanto al 37% dei calciatori nativi francesi convocati a Qatar 2022.
Fra i due estremi c’è una grande varietà di sistemi calcistici che oscillano tra il reclutamento e la perdita di talento formato nel proprio sistema nazionale.
Un’onda inarrestabile
A gennaio 2025 la Fifa ha aperto una nuova piattaforma tematica: la Fifa Change of Association Platform (FCAP). Da allora, in poco più di 15 mesi, sono stati annotati ben 196 cambi di nazionalità. I dati parlano di un’accelerazione costante nella frequenza delle registrazioni.
Un’onda inarrestabile, che certo qualche interrogativo deve farlo sorgere. Inoltre, i Mondiali alle porte hanno impresso un’accelerazione. È notizia dei giorni scorsi che la federcalcio marocchina ha arruolato altri sette calciatori nati all’estero, ma reclutabili per jus sanguinis. Alcuni fra questi sono nativi dei Paesi Bassi, il Paese maggiormente saccheggiato come riferiscono i dati della FCAP. E non è un caso che proprio da lì sia partito un tentativo di contrattacco.
Poiché nei Paesi Bassi, contrariamente a ciò che succede in molti altri Paesi, la doppia cittadinanza non è consentita, nei giorni scorsi si è registrato un episodio immediatamente etichettato come “crisi dei passaporti”. Il Dutch Immigration and Naturalization Service ha pubblicato una lista di calciatori che, avendo rinunciato al passaporto olandese per essere reclutati da un’altra nazionale, si sono ritrovato col permesso di lavoro scaduto. Dunque, non possono essere schierati in campionato (Eredivisie) dai loro club.
Si tratta di atleti che hanno optato per rappresentative come Capo Verde, Indonesia, Suriname. Si sono visti offrire l’opportunità di giocare per una nazionale diversa da quella Oranjie – dalla quale non sarebbero mai stati convocati – e ora pagano questa legittima aspirazione. Situazione paradossale, dato che fino a pochi mesi fa erano cittadini nazionali a tutti gli effetti. Invece adesso sono soltanto lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno. Chissà cosa penserebbe Mbappé di casi del genere.
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