“Colpi di Testa”, di Tommaso Clerici, racconta una delle patologie meno conosciute nel mondo dello sport, l’encefalopatia traumatica cronica: tra le cause ripetuti traumi cranici, tra gli effetti depressione e scatti d’ira che sfociano in drammi. Come insegnano le storie di Mike Webster e Chris Benoit. «L’obiettivo non è demonizzare alcune discipline, ma far luce su un fenomeno sommerso e constatare che il sistema sport ha attivato protocolli e formazione degli atleti, anche se tra teoria e pratica c’è una certa discrepanza», racconta l’autore
Guardando i match di boxe, di wrestling o di arti marziali miste direttamente dal divano o scrollando su qualche social possiamo imbatterci in due tipi di video: quelli che celebrano un gesto tecnico o una vittoria e quelli che invece evidenziano una sconfitta, una caduta o un colpo decisamente troppo ruvido.
Una volta spenta la tv o rimesso in tasca lo smartphone, ci si dimentica subito di quel che si è appena visto. Eppure, in Italia, dei traumi cerebrali che possono occorrere mentre si praticano sport - anche insospettabili come il calcio - si parla decisamente poco rispetto all’entità del problema e agli impatti che ha sulla vita di chi subisce questo tipo di infortunio.
Tra i traumi tristemente celebri e riconducibili a sport con alta frequenza di impatto alla testa c’è la famigerata CTE, conosciuta come encefalopatia traumatica cronica, che può essere diagnosticata con certezza solo post-mortem. La causa di questa patologia è legata proprio al numero di traumi cranici ripetuti e quello che la rende “visibile”, in molti casi, è una serie di scoppi d’ira, vuoti di memoria e depressione acuta.
I casi Webster e Benoit
A legare il proprio destino a questa patologia e a renderla tristemente nota sono due storie che arrivano dagli Stati Uniti. La prima riguarda Mike Webster, ex giocatore di football americano scomparso nel 2002, che dovrebbe passare alla storia per i meriti sportivi - è stato uno dei migliori della storia della lega - e invece è l’atleta su cui il neuropatologo Bennett Omalu riscontrò per la prima volta la CTE, come documentato nel film Zona d’Ombra (2015) con protagonista Will Smith.
Se la storia di Webster può indurre erroneamente a pensare che questo tipo di patologia abbia un impatto solo sull’atleta, cosciente dei rischi che corre, lo stesso non può dirsi della vicenda del wrestler canadese Chris Benoit. Nel 2007 l’ex wrestler della WWE - la federazione di wrestling più popolare al mondo - in preda a un raptus dovuto proprio alla CTE ha ucciso la moglie Nancy e Daniel, uno dei suoi due figli che all’epoca aveva solo 7 anni, prima di togliersi la vita.
Nelle rispettive discipline e federazioni di riferimento, questi casi di cronaca hanno avuto degli effetti tangibili come il cambio di routine e delle condotte di comportamento specifiche mirate proprio a scongiurare l’incidenza della CTE. Lo stesso però non sembra dirsi della percezione del grande pubblico nei confronti di questi tipi di rischi.
L’indagine
Sul tema, in questi giorni, è in libreria l’indagine firmata dal giornalista Tommaso Clerici dal titolo Colpi di Testa - La strage silenziosa degli sport da contatto (66thand2nd). Un lavoro d’inchiesta durato tre anni, che per la prima volta propone uno sguardo d’insieme su questo fenomeno e documenta alcune vicende avvenute nel nostro paese, come la storia del giovane rugbista romano Francesco Vatteroni e il percorso che ha portato il wrestler italiano Red Scorpion a creare il progetto “Wrestling vs Depression”, raccontando la propria storia.
Nell’indagine di Clerici c’è spazio anche per le riflessioni su come potrebbe essere sviluppata una maggiore comprensione di questo tema, condivise con professionisti come Niccolò Gori - medico della Fiorentina e della Nazionale di rugby - e Anna Nordström, esperta in commozioni cerebrali per la commissione medica dell’Uefa.
«L’intenzione - spiega l’autore - non è creare scandalo o demonizzare alcune discipline, ma far luce su un fenomeno sommerso e constatare che il sistema sport ne è consapevole ed è attivo con protocolli e coinvolgimento degli atleti. È altrettanto vero che c’è ancora discrepanza tra la teoria e la sua applicazione».
In Italia il tema non è molto noto all’opinione pubblica: «Casi di CTE - aggiunge Clerici - che si sono verificati in altri paesi hanno avuto come protagonisti atleti di sport popolari, come il football negli Usa. L’Italia è comunque pronta a recepire le indicazioni delle rispettive federazioni, ma si potrebbe fare di più. Ad esempio, tecnologie come il Var potrebbero essere impiegate per monitorare questo tipo di scontri, come avviene nel rugby. Oppure fare come in Inghilterra, dove c’è stata sperimentazione nelle regole a favore della prevenzione, anche se è più facile a dirsi che a farsi».
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