Grosso è già un ricordo, Vanoli torna dopo tre mesi e la rocambolesca salvezza della scorsa stagione: in mezzo un mercato fatto due volte, idee ribaltate e una piazza di nuovo in subbuglio. Paratici prova a rimettere ordine, ma il progetto viola sembra ancora prigioniero delle proprie contraddizioni
Che qualcosa non andasse lo si era intuito ben oltre il 4-0 di Roma e lo 0-3 col Frosinone, oltre i problemi strutturali e le decisioni che lasciavano intendere un potenziale scontro all’orizzonte. La testimonianza dell’ennesimo panico vissuto dalla Fiorentina, dopo la paura provata nella scorsa stagione, era arrivata in maniera dirompente nelle ultime ore della finestra trasferimenti. Una raffica improvvisa di acquisti che andava al di là della partenza di Moise Kean destinazione Como, con il solo Beto a rappresentare una contromossa per colmare il gap lasciato dall’ormai ex centravanti: Njie dal Torino, Pedro Gonçalves dallo Sporting, Willy Gnonto dal Leeds. Tre esterni d’attacco in un colpo solo, la manifestazione di un malcontento e una necessità evidente.
Poi, su Fabio Grosso, si è abbattuto lo tsunami della rimonta del Torino e del Franchi che lo dileggia, preannunciandone un esonero che però, stando ai ben informati, era tutt’altro che scontato. L’ipotesi era quella di una fiducia a tempo, forse quanto di peggio possa capitare a un allenatore: sapere di essere davanti a una pistola pronta a sparare alla prima indecisione. A quel punto, sempre secondo chi ha occhi e orecchie nelle stanze del comando viola, Grosso e la Fiorentina si sono incontrati per dirsi che in realtà non erano mai stati davvero insieme.
E così, a una decina di mesi dall’esonero di Stefano Pioli e dall’addio di Daniele Pradé, i viola lo hanno fatto di nuovo: via l’allenatore e rapida telefonata a Paolo Vanoli, che una dozzina di giorni fa dichiarava allo stesso tempo il suo amore per i viola e la delusione per non essere stato confermato in una torrenziale intervista rilasciata al Corriere dello Sport.
Doppio mercato
Viene da chiedersi come sia stato possibile ripetere quasi in toto l’esperienza della scorsa estate nonostante i cambiamenti dirigenziali e nello staff. La Fiorentina ha fatto praticamente due mercati diversi nel giro di due mesi: prima quello che ha consegnato a Grosso nomi interessanti e intriganti come Oulai, Atta, Pellegrino, Mastantuono, Dragusin, Jimenez e i giovani Valdepenas e Viery. Poi, di punto in bianco, ne ha messo in piedi un altro.
Grosso, a Roma, aveva schierato una formazione che aveva i crismi della provocazione: un terzino con la valigia (Dodo) e uno adattato sulla corsia opposta (Joao Mario); due mediani di fatica (Ndour e Brescianini) messi ai fianchi di Fagioli in un clamoroso remake del centrocampo che, soltanto una manciata di mesi prima agli ordini di Vanoli, era stato divorato da quello della Roma, anche quella volta con un 4-0 finale; una mezz’ala raffinata ad affannarsi da ala sinistra (Atta) e Pellegrino da solo nel deserto, azzannato da Ndicka e Mancini a turno.
Neanche una settimana dopo, contro il Frosinone, ha cambiato tutto: tre quarti di difesa, due terzi del centrocampo e l’esterno sinistro in attacco, schierando Gudmundsson titolare, regalato alla Lazio qualche giorno più tardi. Solo a quel punto era iniziato il secondo mercato, quello degli esterni d’attacco, che aveva fatto immaginare una Fiorentina più a immagine e somiglianza di Grosso, che a Sassuolo si era trovato a meraviglia con Berardi e Laurienté. Un progetto riposto in soffitta nel giro di una settimana, scoprendo quanto può fare male un dardo scagliato da fuori area da uno degli “esuberi” spediti in giro per l’Italia, Rolando Mandragora, una delle note più liete degli ultimi 18 mesi da incubo dei viola fino alla cessione al Torino.
Aria irrespirabile
Il paradosso è che Vanoli torna a guidare una squadra praticamente sconosciuta rispetto a quella lasciata a giugno: Dodò, Brescianini, Pongracic, Ranieri, Ndour e Fagioli, con l’aggiunta del lungodegente Parisi, sono i soli giocatori di movimento rimasti, tra cessioni e prestiti rientrati alla base. Certo, Vanoli aveva costruito la salvezza stravolgendo anche parte dei propri principi, affidandosi a esterni d’attacco in grado di aprire il campo, e questo fa ben sperare i vari Mastantuono, Njie, Gonçalves e Gnonto. Ma rimane forte l’impressione di un cortocircuito violento in una piazza che non riesce a trovare pace, ad abbinare alla propria ambizione anche un lavoro organico e coerente.
L’anno del centenario è iniziato con la bufera della polemica con Giancarlo Antognoni spazzata via da quella relativa al campo, anche se la situazione è decisamente meno seria rispetto a quella dello scorso campionato: a differenza di quanto accadde con Pioli, Paratici è intervenuto subito, cercando di non perdere tempo prezioso nell’idea di potersi rimettere in carreggiata per un posto nell’Europa minore, quella dell’Europa League e della Conference.
«Rispettiamo solo Vanoli», cantava il Franchi al termine della scorsa, tormentatissima stagione, quasi ad auspicare una rivoluzione totale in campo affidata però allo stesso condottiero. Adesso che quell’auspicio è diventato realtà, che la Fiorentina ha scelto una strada per certi versi controintuitiva quando tutti guardavano altrove (Thiago Motta su tutti), toccherà a Vanoli dimostrarsi in grado non solo di fare ordine, come fece lo scorso anno, ma anche di trasformare un’aria diventata irrespirabile nel giro di qualche settimana in una piacevole brezza di fine estate.
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