Non (solo) la gara, ma l’Italia che le scorre accanto. “Il Giro in Italia” racconta ogni giorno i luoghi, le storie e le curiosità dietro ogni tappa della 109esima Corsa rosa. Tra geografia e memoria, il Giro diventa il pretesto per raccontare i territori che attraversa. Qui tutte le altre puntate.


Con una cavalcata in solitaria di dieci chilometri e mezzo sulla salita di Piancavallo il danese Jonas Vingegaard a 29 anni vince il suo primo Giro d’Italia. E raggiunge nell’olimpo i fuoriclasse del passato capaci di trionfare in tutti e tre i grandi Giri: Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali, Chris Froome. Ci arriva prima di Tadej Pogacar, lo sloveno dominatore di quest’epoca che a luglio gli contenderà il Tour de France.

Cinque vittorie di tappa, tutte in salita, un risultato mai in discussione: il dominio di Vingegaard sulla corsa rosa è stato schiacciante. Ha dato 5’22” al secondo, l’austriaco Felix Gall, e 6’25” al terzo, l’australiano Jai Hindley. Il primo degli italiani in classifica è Davide Piganzoli, valtellinese di 23 anni che di Vingegaard è gregario e ha chiuso all’ottavo posto. Non gli è riuscito di superare il portoghese Afonso Eulalio nella classifica di miglior giovane.

Ha invece vinto la classifica degli scalatori Giulio Ciccone, che era stato primo anche nel 2019, e aveva portato a casa anche la maglia a pois del Tour de France, nel 2023. Domenica 31 maggio ultima tappa, per gli sprinter, nella grande bellezza del centro di Roma.

Il Friuli ringrazia e non dimentica

La maglia rosa che Vingegaard indossava oggi era una maglia rosa speciale, con la scritta: "Il Friuli ringrazia e non dimentica". La stessa anonima scritta che un giorno qualcuno fece su un muro diroccato di Gemona per ringraziare i moltissimi volontari che vennero ad aiutare la gente di qui dopo il disastro.

Il 6 maggio di cinquant’anni fa, alle 9 di sera, una scossa di 57 secondi e di magnitudo 6.5 devastò il Friuli. Furono 990 i morti, 400 soltanto a Gemona, 29 erano alpini, ragazzi di vent’anni. Ci furono più di 100.000 sfollati, 18.000 case distrutte, 45 comuni rasi al suolo, altri 40 fortemente danneggiati. La scossa si sentì in tutto il Nord, ma l’epicentro fu tra Gemona e Artegna.

E oggi la tappa friulana è partita da lì, dal paese che è diventato il simbolo non della devastazione ma della volontà di ricostruire. Alessandro De Marchi, 40 anni, da pochi mesi ex corridore, è di Buja. «È molto emozionante vedere quella scritta sulla maglia rosa, anch’io crescendo l’ho portata con me dal terremoto. Lì c’è il riassunto della nostra storia di quegli anni: siamo stati colpiti, abbiamo chiesto aiuto, ma soprattutto non abbiamo dimenticato chi ci ha aiutato, chi ci è stato vicino. Il terremoto in Friuli è un evento che ha segnato tutti, chi prima, chi dopo. Io sono cresciuto con i racconti dei difficili momenti della scossa ma anche quelli del dopo. Ci ha resi quelli che siamo».

Un anno dopo il terremoto, il 6 giugno 1977, il Giro d’Italia arrivò a Gemona con una semitappa e da Gemona ripartì per la seconda, in mezzo alle macerie. Un’idea di futuro e di speranza, grazie ai campioni che passarono per i borghi devastati dal terremoto. In maglia rosa quel giorno c’era Francesco Moser. «La ricordo bene quella giornata, vinse il belga Demeyer in volata, arrivammo tra le macerie, fu un momento molto intenso, provammo a dare un po' di serenità ai friulani».

L’università nata dalle maceria

Tra i progetti che il terremoto rischiava di seppellire c’erano anche gli sforzi di chi da qualche anno voleva con tutte le forze un'università in Friuli. Non c’è un’idea di futuro più grandiosa di aprire una scuola. La gente e le istituzioni si mobilitarono da subito: servivano 50mila firme per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare per la nascita dell’ateneo del Friuli, e le firme furono circa 125 mila, molte raccolte nelle tendopoli dove vivevano gli sfollati.

È nata così il 1° novembre 1978 l’Università degli Studi di Udine, l'unica in Italia che è sorta per volontà popolare. E quest’anno proprio a Gemona è stato inaugurato Uniud ResilHub, il nuovo centro di alta formazione dedicato alla resilienza e alla gestione delle crisi complesse. Un punto di riferimento internazionale per lo studio, la formazione e la sperimentazione di strategie capaci di affrontare un mondo sempre più esposto a rischi sistemici.

Non è arrivato a casa come sognava Jonathan Milan, anche lui nato a Buja come De Marchi: in questo Giro il velocista azzurro non ha ancora vinto una tappa, ma ha nel cuore i racconti dei suoi genitori e soprattutto dei suoi nonni. «Sono orgoglioso di essere friulano e di correre per la mia gente».

Dalla memoria un’idea di futuro

Al Giro è stato un giorno dominato dalla memoria, più del solito, e il ricordo è anche al centro della mostra “A ruota libera”, allestita (fino al 30 agosto) a Villa Manin, a Passariano di Codroipo, attorno al fulcro della bicicletta. Un oggetto in apparenza semplice che ha contribuito a trasformare la società, influenzando la cultura, lo sport e lo sviluppo tecnologico. L’ha curata Mario Cionfoli, nato a Grado ma vicentino di adozione: chirurgo, medico dello sport, appassionato di ciclismo, di storia e di bici d’epoca.

Il racconto di Villa Manin parte dal 1815, quando il barone Karl von Drais ideò la draisina, la prima bicicletta in legno, la risposta a una grave crisi climatica che aveva ridotto drasticamente il numero dei cavalli. Ma quello fu soltanto il principio. Ci sono 62 biciclette imperdibili, e ha un posto nella storia anche il ruolo avuto dalla bici nell’emancipazione femminile.

Portare una speranza, farti sentire libero, darti un’idea di futuro: tutte cose che può fare una bicicletta. O un popolo che non si piega.

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