Dopo aver tagliato il traguardo della Lapland Arctic Ultra, una delle ultramaratone più dure al mondo, il 34enne di Aprilia vuole spingersi oltre: «Ora punto alla tratta più grande della competizione, circa 500 chilometri, per il prossimo anno»
Un tricolore svetta nella neve e nella nottata artica di Överkalix, nel cuore della Lapponia svedese e uno dei teatri in cui la natura selvaggia europea si esprime al meglio, tra vegetazione ancestrale e temperature al limite dell’impossibile.
La bandiera italiana è stata piantata, simbolicamente s’intende, proprio sul confine tra possibile e impossibile, che quest’anno è stato ‘spostato un po’ più in là’. A farlo è stato il survivalista ed escursionista italiano Giulio Pacchioni.
Dall’Agro Pontino alla Lapponia
Il trentaquattrenne è infatti l’unico connazionale ad aver concluso con successo uno dei percorsi della Lapland Arctic Ultra, una delle ultramaratone più dure al mondo. Pacchioni ha concluso in 91 ore un percorso ovale lungo 185 chilometri, che ha visto sul podio il francese Matthieu Blanchard, già campione dell’edizione 2025 della Yukon Arctic Ultra, l’ultramaratona estrema da cui è derivata proprio la competizione europea lappone. Il denominatore comune è il tedesco Robert Pollhammer, ideatore di entrambe le sfide estreme.
Affrontare una sfida nella natura di questo tipo non è qualcosa di semplice e tantomeno gestibile con facilità. Eppure lo stesso Giulio, che aveva condiviso con Domani la sua sfida e il lancio di un crowdfunding sul tema, è stato spinto da una ragione tanto semplice da raccontare quanto complessa da mettere in pratica: «Ho sentito un forte richiamo nel voler dimostrare che qualcosa può diventare possibile con l’impegno». E così dall’Agro Pontino – Giulio risiede ad Aprilia – la Lapponia non è più un sogno ma un obiettivo.
L’importanza della preparazione
Prepararsi in una zona così lontana dalle temperature e dalle caratteristiche territoriali della Lapponia è stata una sfida nella sfida: «Per simulare i trenta chili della slitta che abbiamo trascinato lungo il percorso, ho fatto una preparazione atletica giornaliera con pneumatici che facevano da zavorra».
Non era Rocky Balboa che sfrecciava lungo le strade di Philadelphia ma l’effetto di stupore prima e supporto poi era lo stesso: «Molte persone pian piano – racconta Giulio – si sono appassionate a questa sfida e spesso mi hanno scritto, fermato in strada o supportato nel corso degli allenamenti, aiutandomi anche economicamente per questa esperienza».
La preparazione, tra condizionamento fisico e preparazione mentale con un coach di mindfulness, si è allargata anche all’Abruzzo e al Cammino del Gran Sasso, il più vicino in termini di condizioni a ciò che aspettava Giulio in Lapponia. Ciò che ha fatto la differenza però è stata la determinazione pura, quella che nasce nei momenti bui come una nottata artica.
Lo stesso Giulio, come documentato sui suoi profili social, nel corso della gara ha avuto un problema al ginocchio sempre più pressante per la prosecuzione della gara: «Ho più volte pensato concretamente al ritiro – ammette sorridendo – e mentre ero in dormiveglia nel sacco a pelo provavo a darmi piccoli obiettivi raggiungibili».
Numeri alla mano, il percorso scelto da Giulio, quello da 185 chilometri, ha registrato 11 ritiri su 39 partecipanti, il tasso più alto della gara. A forza di piccoli obiettivi, l’ultima grande spinta arriva a 30 chilometri dal traguardo: «Era davvero a portata – ricorda Giulio – il dolore c’era ma la voglia di chiudere il cerchio era più forte».
Così, a 91 ore dalla partenza, con il pettorale numero 307, Giulio Pacchioni ha tagliato il traguardo bianco e blu della Lapland Arctic Ultra. Così la fatica, i sacrifici e tutto ciò che è servito in questi mesi per racimolare fondi, energie e tutto ciò che serviva per farcela ha avuto un degno coronamento.
Il supporto esterno
Lo stesso Giulio però ci tiene a precisare: «Da solo non è possibile sostenere un’impresa del genere. È fondamentale il calore delle persone, percepire che c’è chi ci crede con te e nel mio caso c’è chi ci ha creduto anche più di me».
Il riferimento è alla moglie Karima, che in Italia si è occupata di tenere aggiornati tutti coloro che in qualche modo si erano appassionati alla missione di Giulio, cioè la ricerca di quello spazio in cui l’impossibile perde le prime due lettere, entrando alla portata di tutti. «Vedere quanto la sua passione lo abbia spinto – racconta invece Karima a Domani – dimostra come oggi la libertà di potersi esprimere e il rispetto delle passioni dell’altro sia determinante per costruire un sogno che poi è diventato comune».
Ed è con questo spirito che Giulio giù dichiara la sua prossima avventura: «Così ho capito di potercela fare e portare un pezzo di Italia e della mia terra in Lapponia. Ora punto alla tratta più grande della competizione (circa 500 chilometri) per il prossimo anno, perché ho capito che sognare non è un traguardo, è un primo passo verso di esso».
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