La tappa del Giro, il 23 maggio, è scattata da Aosta, dove nel 1949 finì la diciassettesima del Tour de France, partita da Briançon. Fu il giorno in cui Coppi diventò Fostò per tutti i francesi: quell’anno aveva già vinto il Giro d’Italia e quel 19 luglio tolse la maglia gialla a Gino Bartali
Non (solo) la gara, ma l’Italia che le scorre accanto. “Il Giro in Italia” racconta ogni giorno i luoghi, le storie e le curiosità dietro ogni tappa della 109esima Corsa rosa. Tra geografia e memoria, il Giro diventa il pretesto per raccontare i territori che attraversa. Qui tutte le altre puntate.
Quando si arriva in salita, il primo che taglia il traguardo è sempre Jonas Vingegaard. A Pila il danese vince la sua terza tappa e indossa per la prima volta in carriera la maglia rosa, e adesso sarà molto difficile togliergliela. È venuto al Giro per vincerlo, per completare la tripla corona (ha già trionfato al Tour de France nel 2022 e nel 2023 e alla Vuelta a España nel 2025). E dopo il traguardo, con un inedito sorriso, rivela che prima del via dalla Bulgaria con la squadra aveva messo una x su questa tappa, la sua Visma aveva deciso con largo anticipo che questa sarebbe stata la giornata della maglia rosa.
La perde al decimo giorno il giovane portoghese Afonso Eulalio, che però l’ha onorata fino in fondo e ha conservato un posto sul podio (è secondo a 2’26”) mentre al terzo posto torna l’austriaco Felix Gall. Guadagna tre posizioni Giulio Pellizzari: il giovane marchigiano ha imparato la lezione del Bockhaus, e questa volta non ha risposto al forcing di Vingegaard. Così non è saltato, e pian piano è tornato su: quinto al traguardo (subito dietro al suo amico Davide Piganzoli, ormai ultimo uomo della maglia rosa), e sesto in classifica generale a 4’22” dal danese e a un minuto e mezzo dal podio. Se, come sembra dalla tappa di oggi, i problemi fisici sono finalmente superati, Giulio si potrà togliere qualche soddisfazione nell’ultima settimana.
Il primo a fare doppietta Giro-Tour
Oggi la tappa è scattata da Aosta, dove nel 1949 finì la diciassettesima del Tour de France, partita da Briançon. Allora si correva per squadre nazionali. Fu il giorno in cui Coppi diventò Fostò per tutti i francesi: quell’anno aveva già vinto il Giro d’Italia e quel 19 luglio tolse la maglia gialla a Gino Bartali. La sera prima Coppi aveva sentito Binda, il commissario tecnico degli italiani, rassicurare Bartali. «Adesso la maglia gialla non te la toglie più nessuno».
Fausto aveva 1’22” di ritardo, ma sull’Izoard era sembrato il più in forma, e c’era ancora una cronometro il penultimo giorno. Anche il giorno dopo, nella diciassettesima tappa, fu il più forte, e in più Bartali forò in discesa. Aspettarlo o no? In principio Coppi rallentò, ma poi Binda lo raggiunse con l’ammiraglia per dargli via libera. Al traguardo Coppi indossò la maglia gialla, con quasi cinque minuti di vantaggio sul compagno di squadra: la tenne fino a Parigi. Fu la prima volta che un corridore vinceva Giro e Tour nello stesso anno.
Bruna e Fausto, un amore in salita
C’è un libro tenerissimo che racconta quegli anni da una prospettiva insolita: Fausto, il mio Coppi. Storia di un amore in salita nel diario della moglie Bruna (DFGlab). Lo ha scritto Luciana Rota, figlia di Franco, portavoce e amico di Coppi, quando ancora non esisteva la figura dell’addetto stampa, che ha recuperato i manoscritti con le confidenze che Bruna faceva al suo papà, e le ha trattate con la stessa cura e la stessa attenzione che lui evidentemente le ha insegnato.
Luciana che quando accompagnava Franco a Casa Coppi, e Bruna apriva il portone solo a loro, non capiva tutti quei segreti e quella tristezza. «Papi, perché fai sempre piangere la signora Bruna?». Bruna Ciampolini, da Sestri Ponente, era la moglie del Campionissimo, quella che «un giorno di fine agosto del 1940 conobbe suo marito, che non era proprio uno qualunque», che «non sono e non ho mai voluto essere un personaggio», «volevo dividere il suo amore, non la sua gloria».
Bruna che non disse niente quando i giornali scrissero che Fausto l’aveva lasciata, «ho taciuto sempre perché speravo che tornasse da me». Si incontravano anche quando non vivevano più insieme, «qualche volta di notte, furtivamente». Bruna non disse niente neanche dopo la morte di Coppi, «perché Fausto riposasse in pace».
Due donne: la Bruna e la Bianca
Nei diari di Bruna c’è il Coppi casalingo, quello che legge alla piccola Marina i libri di favole, ma la bimba lo interrompe, e lui allora inventa, cambia le trame. Fausto che non vuole mai andare al cinema come facevano da fidanzati perché «rimanere in piedi per me è un disastro, mi si induriscono i muscoli delle gambe». E non vuole neanche mai portarla a ballare, temendo forse la folla.
Così si trova un altro passatempo. Fa la prima spesa «da signore»: una macchina per le riprese cinematografiche e un proiettore, «ci servirà per vedere Marina quando saremo vecchi», ma lui vecchio non lo sarà mai, ha quarant’anni quando la malaria lo uccide.
In mezzo ci sono i trionfi, le chiacchiere, lo scandalo. Coppi che confessa a Bruna di quella «signora» col Montgomery bianco che in principio era una tifosa, la moglie di un dottore, che inveiva contro i suoi rivali. Ma poi è diventata qualcosa di più. I giornali la chiamano la Dama Bianca.
Nella storia che raccontano i rotocalchi ci sono due donne, la Bruna e la Bianca. L’Italia si divide. Coppi lascia casa il 20 giugno 1954, «la porta sbattuta con fretta, la ghiaia del giardino che scricchiolava sotto il suo peso, il rombo dell’Aurelia e l’urlo delle ruote». E Bruna sempre zitta. «Io non reagisco alla prepotenza. Non mi difendo. Mi chiudo in me stessa. Mi isolo». E in fondo al cuore la speranza che un giorno Fausto cambierà idea e tornerà a casa.
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