Dopo il Blockhaus, il Corno delle Scale: il favorito del Giro si prende anche il secondo arrivo in salita, un percorso che ha sfiorato quello del Circuito dei Santuari, un pellegrinaggio a pedali fatto di salite e storie infinite. Qui nacque il giornalista che, dopo la guerra, firmò uno dei suoi primi servizi da inviato al Giro del ‘48. Una foto iconica racconta quei momenti
Non (solo) la gara, ma l’Italia che le scorre accanto. “Il Giro in Italia” racconta ogni giorno i luoghi, le storie e le curiosità dietro ogni tappa della 109esima Corsa rosa. Tra geografia e memoria, il Giro diventa il pretesto per raccontare i territori che attraversa. Qui tutte le altre puntate.
Con un filo di gas, il favorito del Giro va a prendersi anche il secondo arrivo in salita: Jonas Vingegaard primo sul Corno alle Scale, come era stato primo sul Blockhaus. Lascia lì il suo vero rivale, l’austriaco Felix Gall, a poco meno di un chilometro dalla vetta. E il suo gregario, Davide Piganzoli, va addirittura a sprintare per togliere agli altri i secondi di abbuono del terzo posto. Il portoghese Eulalio difende la maglia rosa: ha ancora 2’24” in vista della crono di martedì.
Va invece in crisi Giulio Pellizzari, che rimane tutto il giorno in fondo al gruppo dei big per poi staccarsi quando Vingegaard e Gall allungano. Meno male che il giovane marchigiano ha limitato i danni a poco meno di un minuto e mezzo, ma l’illusione di poter lottare per il Giro è svanita. Peccato per Giulio Ciccone, che nel decimo anniversario della sua prima vittoria al Giro sperava in una vittoria di tappa, e ha coltivato il suo sogno fino a 1.800 metri dalla vetta.
Un pellegrinaggio in bicicletta
Qui la Linea Gotica spezzava la montagne. Risuonano ancora la guerra e i morti ammazzati. Sulla strada dell’arrivo, al confine con la Toscana, il Giro ha sfiorato quella che è l’insolita Cima Coppi del Circuito dei Santuari, la Madonna dell'Acero. Leggenda vuole che nel 1500 la Madonna sia apparsa proprio qui a due pastorelli salvandoli da un'improvvisa bufera di neve. Nel Circuito - nato durante la pandemia per riempire le domeniche - ci sono Madonne dei Fornelli e delle Castagne, della Neve, del Faggio. C’è la Beata Vergine della Serra. E c’è la Madonna del Ponte, che protegge i giocatori di pallacanestro.
Il Circuito è alla settima edizione ed è ormai un classico per i cicloamatori: gli iscritti sono 870, i santuari mappati 371, le visite sono state 16.500 nel 2025, e nei primi mesi di quest’anno siamo a 2.500. Ogni provincia ha un brevetto che si ottiene arrivando a 12 santuari. Fa eccezione la provincia di Bologna, che di brevetti ne ha tre: d’altra parte il Circuito è nato qui e poi si è esteso a tutta la regione.
Si va a Ca’ de Mandorli, Passo dell’Oppio, Molino del Pallone, Monte Cavallo. Nomi che parlano. Per completare la geografia parlante, gli organizzatori si ritrovano abitualmente in un ristorante che si chiama Parco dei Ciliegi. E durante il primo lockdown si sono inventati questo circuito, con i punti e i brevetti e una app che documenta che sei arrivato in cima al santuario. In poco tempo è stato un boom.
Le storie di questo pellegrinaggio a pedali (ma si può fare anche a piedi, o con la e-bike) sono infinite, come le salite. Al Monte delle Formiche c’è il prato dove ogni principio di settembre milioni di formiche alate di una sola specie arrivano da ogni parte d’Europa per morire ai piedi del santuario. La scienza non ha spiegazioni ma gli abitanti del luogo sì: dicono che sia un omaggio alla Madonna di Zena e infatti il giorno della festa, l’8 settembre, regalano sacchetti di formiche alate.
«Manca quel tanto di fiabesco»
Qui la Linea Gotica spezzava la montagne. Enzo Biagi era nato a Pianaccio, nel 1920: a 24 anni era già sposato e faceva il giornalista del Resto del Carlino, a Bologna, come aveva dichiarato spavaldo in un tema delle medie. Per evitare la chiamata della Repubblica di Salò decise di tornare in montagna ed entrò nella Resistenza.
Per un po’ fece la staffetta poi gli affidarono un giornale partigiano: era l’unico redattore, doveva informare la gente sul reale andamento della guerra. Del Patriota uscirono soltanto quattro numeri, poi i tedeschi distrussero la tipografia. Il 21 aprile 1945 Biagi entrò con le truppe alleate a Bologna e fu la sua voce ad annunciare la liberazione alla radio. Libero anche lui, tornò al giornalismo.
Uno dei suoi primi servizi da inviato fu il Giro d’Italia del ‘48, e una delle foto più belle è quella del ragazzo Biagi sorridente e con gli occhiali da sole sulla Topolino scoperta di Stadio, il quotidiano sportivo di Bologna.
Fu l’anno in cui il giovane Biagi diede per morto troppo presto Gino Bartali: lo scrisse in modo indimenticabile, «La vecchiaia ha raggiunto Bartali ieri alle 14:20, sul Pordoi», e infatti Gino se ne ricordò meno di due mesi dopo quando trionfò al Tour de France. Ma di giudizi affrettati ne abbiamo dati tutti, senza essere mai stati Biagi.
In quel Giro il ragazzo di Pianaccio conobbe anche Garinei e Giovannini, i futuri principi della commedia musicale, che allora lavoravano come cronisti per due quotidiani sportivi, Pietro per La Gazzetta dello sport e Sandro per Il Corriere dello sport, e poi facevano anche un programma radiofonico la sera, provate a immaginare.
Biagi era molto severo con la corsa. «Non mi pare che questo Giro d'Italia abbia una storia: vive di piccoli episodi, gli manca un protagonista… Manca, mi sembra, quel tanto di fiabesco e di umano che piaceva alle folle; l’invincibile campione e il gregario affamato, le sgangherate e passionali cronache di Emilio Colombo, la quotidiana commozione di Orio Vergani, l'imprevisto e la lotta. Forse è finita la favola, per la mancanza di un principe e di gente capace di inventare iperboli».
«Coppi? Non suscitava forti impressioni»
Anche in questo caso, forse, esagerò per la fretta. Il ciclismo avrebbe avuto favole, storie e campioni per molti e molti anni. Biagi stesso avrebbe incrociato Fausto Coppi al Sestriere nel 1959, l’anno prima che morisse, e lo raccontò nel libro Incontri e addii, nel 1992. Un addio senza fronzoli. «Fausto parlava sottovoce, garbatamente, era gentile e pacato; magro, timido, solitario, non suscitava forti impressioni».
A Biagi Coppi si raccontò non senza rimpianti. «Dicono che ho avuto dalla mia parte molta fortuna, e forse mi invidiano… Tante volte io penso come sarebbe stato bello se fossi rimasto a Castellania, con mio padre e con Serse, a lavorare i campi. Io sono nato contadino, certe cose non sarebbero accadute, si può essere felici anche con pochi soldi, non importa avere il nome sui giornali».
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