Dicono i sognatori: leader si diventa. Ma Lautaro Martinez è più concreto. «No, leader non si diventa. Si è, si nasce». Lo confessò a suo padre, un’estate fa, alla vigilia del Mondiale per club negli Stati Uniti. E quando l’Inter uscì per mano del Fluminense, agli ottavi di finale, Lauti dimostrò di non parlare a vanvera. «Chi non vuole lottare per l’Inter se ne vada». Cominciò lì la cavalcata dei nerazzurri verso questo meritato, scintillante scudetto. Era luglio. Altro che un’estate al mare. Simone Inzaghi se n’era voltato in Arabia, tra deserti d’oro e dune di football. Chivu era arrivato da poco. Che confusione, sarà perché il calcio rimescola sempre tutto.

Toccò a Lautaro prendere in mano il gruppo, indirizzarlo e trascinarlo. Poi l’Inter ha trovato un suo equilibrio, il resto è party sotto la Madunina. «Dico sempre che ho bisogno di tutti perché il gruppo è sopra il singolo. E la cosa più importante è che il leader abbia un atteggiamento positivo, un comportamento esemplare. Deve essere il punto di riferimento dei compagni». Alla sua ottava stagione, Lauti è più che mai centro d’identità permanente. Del club nerazzurro, s’intende. Un tempo le chiamavano bandiere. Oggi uno come Martinez è l’aziendalista perfetto. «Quando penso all’Inter la prima parola che mi viene in mente è passione».

Dominio assoluto

Venti di passione, altroché, sono soffiati anche in questo campionato di Serie A. Ma non facciamo i perbenisti. E poi basta coi melò. Non è stato un campionato in bilico sopra la follia: l’Inter ha vinto senza troppi patemi, a un certo punto ha preso il largo, poi il volo, e nessuno è stato più in grado di raggiungerla. È l’anno di Chivu. Ma è anche l’anno del Toro Lautaro. A novembre, con due gol al Cagliari, Lauti ha scavalcato sua maestà Sandro Mazzola, una leggenda. Cioè, scusate, avete presente? Mazzola, uno che ha fatto la storia del club. E ad aprile, con un gol alla Roma, Martinez è diventato il terzo marcatore all-time superando anche Boninsegna (fermo a 171). Sì, proprio quel Bonimba che ha cantato pure Ligabue.

Non una vita da mediano, quella di Lauti. Semmai un protagonista a tutto tondo del calcio italiano. Lauti ha dedicato il traguardo alla sua famiglia. «Per me, per l’Inter, con la sua storia e la sua importanza, quello che bisogna fare è puntare sempre a vincere». Non è sfacciato, è sicuro di sè. Ha fatto gol a 30 squadre diverse in Serie A, un record. È fermo a 173 marcature, ma non considerate il dato: andrà aggiornato. Quando mise piede in Italia (per 25 milioni, qualcuno oggi li giudica pochini), Martinez disse di ispirarsi a Falcao (Radamel, troppo giovane per l’altro Falcao). «E la 10 non mi pesa». Chiese di poterla avere, e vista la penuria di uomini amanti della fantasia la ottenne.

ANSA
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Il primo impatto con l’Italia fu la verve di Luciano Spalletti, che all’epoca allenava i nerazzurri. Tra i due nessun problema. Si mise in mezzo il padre del Toro, lo ha raccontato Spalletti: «Si lasciò andare a un tweet molto colorito nei miei confronti dopo una partita di Champions. Non si rendeva conto di danneggiare l'immagine e la carriera del figlio, oltre che lo spogliatoio».

Esserci quando conta

È tornato per giocare contro il Parma, la gara scudetto. Sembra poco, ma Lautaro è fatto così: c’è nei momenti che contano. Ne ha parlato anche Chivu: «È sempre presente con una parola ed era anche a pranzo con noi pure se infortunato. Mi fa piacere, si vede la leadership di un capitano che tiene molto al gruppo e a quello che di buono abbiamo fatto finora».

Oltre le parole, ci ha pensato Fabio Caressa a fargli i punti in tasca. E i risultati erano stati impressionanti. Fino al 2025, Lautaro ha giocato almeno 15 minuti di 222 partite, da titolare 189, ha segnato 115 gol, e ha portato 136 punti all'Inter con gol e assist. Il che vuol dire, ha tagliato corto Caressa, «che in un campionato Lautaro porta 20 punti di media. Tantissimi». Tanti ne ha portati pure in una stagione fatta anche di stop, critiche, scelte, sbagli. Lauti, però, ha le spalle larghe.

Maniaco dell’ordine, «prima di andare all’allenamento mi fermavo per sistemare: rifacevo i letti, sistemavo la biancheria da lavare e facevo lavare i piatti a mio fratello, perché mi dava molto fastidio vederli sporchi». I suoi genitori lavoravano molto per portare i soldi a casa e far crescere i figli. Ma certe volte, ha raccontato Martinez, «non avevamo i soldi per l’affitto. Da piccolo non avevo niente».

Più tardi si è preso tutto. La scena, l’Inter, il Mondiale. Uno scudetto in più cosa volete che sia?

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