La vendita record della franchigia Nba è l’esempio lampante di come stanno cambiando gli investimenti nello sport: ecco chi sono i miliardari dietro l’affare, dove si spostano i grandi capitali e quali altre operazioni (tra basket, calcio e media) raccontano questo nuovo intreccio con la finanza
Una cifra mai vista. I Los Angeles Lakers, la più globale tra le franchigie Nba, sono passati di mano per una somma che sfida le capacità umane di misurazione: 12,5 miliardi di dollari, che in euro fanno “soltanto” 10,84 miliardi. A vendere è stato Mark Walter, che appena 14 mesi fa aveva comprato la franchigia per 10 miliardi di dollari e dunque realizza una grassa plusvalenza. E chissà se gli è mai interessato davvero essere proprietario dei Lakers, o se aveva pensato da subito al futuro profitto.
A comprare sono Bob Iger e soprattutto Joshua Kushner, il cui nome continua a circolare all’impazzata in questa estate in cui lo sport d’alta competizione e la finanza globale raggiungono un grado di promiscuità mai visto. Kushner, oltre a essere il fratello di Jared (il genero di Donald Trump, promosso sul campo plenipotenziario sul dossier mediorientale), è stato attore di primo piano, attraverso la sua holding Thrive Capital, nel progetto Fifa forward enterprise (FFE) che avrebbe dovuto portare a mettere sul mercato il venti per cento degli asset Fifa.
Adesso quel progetto è morto e il presidente della Fifa, Gianni Infantino, non si sente tanto bene. Invece Kushner fratello continua a imperversare.
Kushner, Bezos e altri miliardari
Il ricorrere del nome di Joshua Kushner è soltanto un indice delle grandi manovre che si svolgono intorno all’intreccio fra grande capitale globale e lo sport dello show business. Un intreccio che in questi giorni ha registrato un altro episodio con l’offerta di acquisizione di una quota di minoranza del Liverpool FC da parte di Jeff Bezos, fondatore e proprietario di Amazon nonché quarto uomo più ricco al mondo.
L’offerta di Bezos è di due miliardi di euro per il 30 per cento dei Reds. Se ne ricava che la valutazione di un club di vertice del calcio europeo non raggiunge ancora la metà di una franchigia del massimo livello Nba. Ma c’è da giurare che lo scarto si ridurrà. In attesa che ciò avvenga, è il caso di evidenziare i profili dei soggetti coinvolti nel passaggio di proprietà dei Lakers. Aiuterà a capire quale sia l’intreccio fra economia e potere cui sempre più spesso assistiamo, in applicazione del medesimo schema: la costituzione di portafogli multiproprietari in cui società sportive del massimo livello vengono associate ad asset finanziari e mediatici.
Tutti oggettini di lusso da scambiare all’interno di un club sempre più esclusivo di padroni del vapore globale, per i quali l’economia di Sport & Entertainment è uno strumento vebleniano di consumo vistoso, un meccanismo vorace e intimidatorio per l’acquisizione di potere e riconoscimento.
Chelsea, Disney e altro
Torniamo dunque ai protagonisti della compravendita che ha fatto segnare la cifra record.
Da una parte c’è il soggetto che cede: Mark Richard Walter, classe 1960, amminsitratore delegato di Guggenheim Partners, banca d’affari che un anno fa pareva in procinto di comprare l’Udinese dalla famiglia Pozzo. L’affare era stato dato talmente per certo che alla fine non se n’è fatto nulla. Walter è proprietario anche dei Los Angeles Dodgers (franchigia della Major League Baseball), delle Los Angeles Sparks (franchigia del basket femminile), di due enti come TWG Motorsport e Professional Women’s Hockey League, ma soprattutto detiene una quota del 12,7 per cento di BlueCo, la holding che controlla il Chelsea e lo Strasburgo. Siede anche nel consiglio d’amministrazione dei Blues londinesi. Di sicuro non gli mancherà il modo per passare il tempo libero anche dopo la cessione dei Lakers.
Di Joshua Kushner si è detto nei giorni scorsi: tramite Thrive Capital ha investito nella franchigia Mlb dei San Francisco Giants, mentre a titolo personale ha mostrato una certa propensione proprio per gli investimenti in Nba. Su questo fronte ha acquisito una quota di minoranza dei Memphis Grizzlies (successivamente ceduta) e dei Miami Heat. La scalata ai Lakers è un netto salto in alto, soprattutto in termini di impegno finanziario. Difficile pensare che, come era stato nel caso di Ffe, ciò avvenga senza la benedizione del suocero di suo fratello.
Quanto a Bob Iger, è l’ex amministratore delegato di Disney+, broadcaster televisivo che nel tempo più recente ha avviato un’espansione nel segmento dei contenuti sportivi. Da qualche giorno girano per il web alcune sue antiche esternazioni, in cui Iger si dichiarava tifoso dei Los Angeles Clippers, i rivali cittadini. Per questo sosteneva che fosse per lui impossibile tifare per i Lakers. Adesso dei Lakers è proprietario: un asset come un altro, sono solo affari e che vada al diavolo la rivalità da derby.
Nulla di cui stupirsi, in fondo. E se qualcuno continua a farlo, farebbe meglio ad allinearsi allo spirito del tempo dello sport globale. Che si sta americanizzando in molti sensi: espansione extraterritoriale, logica della multiproprietà, pressione verso il modello della franchigia in luogo del modello del club, inserimento degli asset sportivi in un portafoglio delle attività che serve a costruire influenza e relazioni d’affari prima che profitti. Calcio e Nba formano sempre più un salotto della finanza globale, che con l’espansione europea della Nba potrebbe veder accelerare la promiscuità. Uno spettacolo per ricchi, organizzato e gestito da miliardari.
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