Il ritiro della stella di Sacramento, 37 anni e numeri più che sufficienti per giocare ancora, racconta una trasformazione più ampia: dal 2023 le soglie salariali spingono le squadre a concentrare le risorse su superstar e giovani. I soldi non sono diminuiti, ma si è ristretto lo spazio per chi è a fine carriera, come dimostrano altri casi analoghi
Nel video con cui Russell Westbrook ha annunciato il ritiro, mercoledì, non si sente mai la sua voce. A parlare è l'attore Michael B. Jordan, che accompagna le immagini di 18 stagioni mentre il giocatore le guarda su un grande schermo, e alla fine gli chiede cosa lo renda più orgoglioso adesso che ha scelto di farsi da parte alle sue condizioni.
La risposta non arriva e il filmato si chiude con la domanda sospesa. L'unica frase sua è nel testo del post: a volte non ci si accorge di aver già visto la fine, bisognava esserci, e adesso è finita.
Westbrook, 38 anni a novembre, conclude la sua carriera con 209 triple doppie, record assoluto della Nba, davanti a Oscar Robertson e con Nikola Jokic fermo a 198 che già il prossimo anno proverà a superarlo. È quinto di tutti i tempi negli assist e quattordicesimo nei punti, miglior giocatore della stagione 2016-17, 9 volte All Star, oro olimpico a Londra nel 2012. Con Sacramento, ultima delle sue 7 squadre, ha chiuso l'anno scorso a 15,2 punti, 6,7 assist e 5,4 rimbalzi partendo titolare in 58 partite.
Sono numeri che in mezza lega basterebbero per giocare ancora. E in effetti a fine stagione lui stesso aveva detto che se i Kings lo avessero rivoluto, sarebbe tornato. Le offerte c'erano, secondo Espn da Sacramento e da Washington, ma i Kings stavano ridisegnando la squadra attorno al rookie Darius Acuff e lo volevano in un ruolo da comprimario. Ha preferito smettere.
La polemica sulla vendita dei Lakers
Poche ore prima dell'annuncio, il suo procuratore Jeff Schwartz ha diffuso una dichiarazione che con il ritiro c'entra più di quanto sembri. Schwartz ha fondato Excel sports management, che rappresenta anche Jokic e Cade Cunningham ed è da anni il primo agente del basket per volume di contratti negoziati. Le sue parole, riprese da Espn, sono queste: «Incredibile, i Lakers vengono venduti per 12 miliardi di dollari, eppure le squadre non spendono per i veterani a causa delle attuali regole del contratto collettivo».
Il riferimento è all'accordo annunciato mercoledì, con cui Mark Walter cede la franchigia di Los Angeles a Joshua Kushner (il fratello minore di Jared, consigliere di Donald Trump nonché marito della figlia Ivanka, lo stesso coinvolto fino a pochi giorni fa nell’opaco progetto di Gianni Infantino di cedere quote delle attività commerciali e dei diritti della Coppa del Mondo Fifa a fondi di investimento privati) e Bob Iger per 12,5 miliardi di dollari, la cifra più alta mai pagata per una squadra sportiva. Ha chiuso ringraziando il sindacato dei giocatori, con evidente sarcasmo.
Schwartz è parte in causa, perché tra i suoi assistiti senza squadra ci sono anche vecchie volpi come Kevin Love e Kelly Olynyk. Le sue parole toccano però una questione che nella Nba si discute da mesi e che sta diventando il vero terreno di scontro tra la lega e i giocatori.
Il contratto collettivo firmato nel 2023 ha introdotto due tetti di spesa chiamati apron, che per la prossima stagione scattano a 209 e a 221,7 milioni di dollari. Il problema per le società non è la tassa di lusso (il sovrapprezzo che si paga sulla parte di monte ingaggi eccedente una soglia stabilita), che esisteva anche prima, è che superare quelle soglie fa perdere la possibilità di firmare i giocatori.
L'eccezione di metà salario, che sotto il primo apron vale 15 milioni, si dimezza appena lo si supera e sparisce del tutto oltre il secondo, dove restano solo i contratti al minimo salariale, 3,87 milioni per chi ha almeno 10 anni di carriera. Funziona come deterrente, visto che la scorsa stagione una sola squadra ha chiuso sopra la seconda soglia e tutte le altre hanno costruito le rose per starne lontane.
Il braccio di ferro tra Nba e sindacato
David Kelly, direttore esecutivo del sindacato dei giocatori, ha detto a The Athletic che il secondo apron non fa bene ai tifosi né ai giocatori, che i dirigenti non lo amano pur non affermandolo in pubblico e che gli unici davvero contenti sono i proprietari. Kevin Love si è sfogato in un podcast chiedendo come sia possibile che Oklahoma City non riesca a tenere insieme i suoi tre giocatori migliori a causa delle nuove regole.
Il commissioner della Nba Adam Silver ha risposto a luglio, in conferenza stampa a Las Vegas, che il sistema sta funzionando molto bene, ricordando le otto squadre diverse che hanno vinto il titolo negli ultimi otto anni. I dati, in effetti, gli danno ragione su un punto: il monte stipendi complessivo della lega è salito da 5,2 miliardi di dollari nell'estate 2024 a 5,8 in quella in corso ed Espn stima che arriverà a 6 quando tutti i free agent avranno firmato.
I soldi quindi non sono spariti, semmai vengono utilizzati dalle franchigie per ricoprire d'oro le superstar e i giovani più promettenti mentre il contratto da rookie è ancora in corso. Quello che si è ristretto è uno spazio più preciso. A metà agosto, infatti, restano senza contratto DeMar DeRozan, 37 anni, che l'anno scorso ha segnato 18,4 punti di media tirando quasi il 50 per cento dal campo, e poi Bradley Beal, Love, Olynyk, Bruce Brown.
Il veterano di lusso, quel giocatore che veniva ingaggiato a fine carriera per l'esperienza che portava nello spogliatoio e veniva pagato il giusto, è stato una presenza fissa della Nba per decenni, ma oggi la finestra per ingaggiarlo si apre molto più tardi e anche più di rado.
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