ROMA – Vinci una partita nel cuore della notte e ti ritrovi sulle spalle una responsabilità mica da ridere: quella di essere diventato il depositario di un tipo di show tennistico che si riteneva perduto. Luciano Darderi giocherà venerdì la prima semifinale in carriera di un torneo 1000 versus Casper Ruud con la speranza di compiere un altro exploit e trovare in finale Jannik Sinner. Due italiani l’uno contro l’altro a contendersi la vittoria al Foro cinquant’anni dopo la vittoria di Panatta: un sogno, effettivamente. Ma Darderi un passettino dentro la Storia l’ha già compiuto.

In primis perché ha battuto Rafael Jodar nella notte tra mercoledì e giovedì al termine dell’incontro più pazzo del mondo: inizio alle 23, sospensione di 20 minuti perché il fumo dei fuochi d’artificio provenienti dal vicino Olimpico (si era appena conclusa la finale di Coppa Italia con la vittoria dell’Inter sulla Lazio) era calato sul Centrale avvelenando i presenti e soprattutto mandando in tilt l’occhio di falco; l’elicottero della polizia o di chi per essa che continuava a svolazzare sulle teste dei presenti già in crisi respiratoria fino all’una passata, chiusura intorno alle due. Roba degna di Una pallottola spuntata; e quella con Leslie Nielsen e O.J. Simpson, mica l’orrido remake con Liam Neeson.

In secondo luogo perché vincendo questo match (dopo aver già sconfitto in sequenza Hanfmann, Tommy Paul e soprattutto Zverev) si è accreditato, in tempi di devastante e noiosetta supremazia sinneriana, come il detentore di un’arte antica che proprio dalla terra è sorta, come un golem, e solo sulla terra avrebbe potuto ritrovare vigore: quella del duello rusticano con venature di psicodramma e corrida. Un format che nel tennis era diffusissimo in tempi lontani, quando la mano contava più degli adduttori; ma che poi, via via, si è rintanato in caverne nascoste per palesarsi one shot.

Sputare l’anima

Un tennis fatto di resistenza fisica, di pochi ricami ma anche di pathos, distante dalla standardizzazione di stampo sinneriano (che Dio ce la conservi a lungo, peraltro) dominante di questi tempi. Darderi li tira i vincenti, eccome: ma dopo aver sputato l’anima, dopo aver preso per sfinimento l’avversario, dopo essere defunto e conseguentemente risorto. I colpi viaggiano ma ogni scambio è una lotta con sé stesso degna del biblico confronto fra Giacobbe e l’Angelo. Roba da terra rossa, insomma.

Se Sinner vince uno scambio (tutti, più o meno) è come se si sentisse mamma Sieglinde che gli dice: bravo, hai fatto il tuo dovere, la prossima volta puoi fare meglio. Se il punto se lo aggiudica Darderi, con quella straniante somiglianza con Matteo Renzi senza neo, si tratta di uno schiaffo al destino. Il suo è un colpo- Evita che esalta i descamisados tennistici bramosi di riconoscersi nella sua sofferenza, in quel suo faticare che compensa una latitante raffinatezza e una potenza nei limiti dell’umano.

Lucio è nato in Argentina, si sa, beve il mate e mentre gioca non disegna un po’ di caffè; come il primo Alberto Tomba al cancelletto di partenza quando il fedele Paletta gli portava un bicchierino (successe una volta, poi gli dissero che non era il caso). Avevamo bisogno di uno come lui. Non che per Sinner non si gioisca: come recita il Salmo, la nostra lingua si attacchi al nostro palato se di lui ci scorderemo. Ma per uno come Lucio viene spontaneo comportarsi come Alessandro Baricco ha raccontato tempo fa: quando per l’esultanza scatenata da un punto vinto da un tennista scattò in piedi e, alzando le braccia, ruppe un lampadario. Esperienza che, per una stranissima coincidenza astrale, l’autore di Oceano mare ha in comune con chi scrive. Quando si scatta in piedi per un vincente di Darderi (anche in assenza di un lampadario da rompere) è un atto psicologicamente liberatorio, non la risultanza di una equazione matematica.

Le fatiche di Sinner

Non si pensi a questo punto che Darderi sia un anti-Sinner: è piuttosto il suo complemento emotivo. È Bonini che corre perché Platini possa essere Platini. E a proposito di corsa: occhio perché se sé vero che in finale a Roma potrebbero esserci due italiani, non è scritto che ce ne sia per forza anche solo uno. Il Sinner visto contro Rublev, per quanto vittorioso nei consueti due set, ha accusato una palese crisi di affaticamento nella seconda partita. Anche abbastanza repentina, per la verità.

Non si arriva a 32 vittorie di fila nei Master 1000 senza conseguenze. Specie considerando che il suo obiettivo primario è e resta vincere il Roland Garros cancellando per sempre quei tre match point falliti contro Carlos Alcaraz l’anno scorso, che a tutt’oggi rappresentano per lui l’onta suprema da lavare.

Darderi magari non conquisterà Roma o Parigi. Ma nella nebbia dell’altra notte ha codificato per sempre i termini del suo personaggio. Nel suo tennis non c’è la poesia di Guillermo Vilas (che perse la finale romana contro Panatta 50 anni fa) e c’è invece la simpatia che Josè Luis Clerc proprio non suscitava. In lui abita la indeterminazione dell’oriundo o forse dell’apolide: un Sivori o uno Schiaffino più votato alla fatica.

Una prova definitiva? La vicenda ormai nota di lui quindicenne, la racconta Alessandro Nizegorodcew sul sito Spazio tennis, che vuole raggiungere la classifica di Lorenzo Musetti, ma disputando un solo torneo non può: e allora decide di giocarne due contemporaneamente. Ad Acquapendente, vicino a Viterbo, e a Rimini. In uno degli spostamenti lui e il suo collaboratore Marcello Macchione escono illesi da un incidente d’auto che avrebbe potuto costare loro la pelle.

Dopo i quattro match point annullati a Zverev e la conseguente vittoria, Darderi è andato a salutare il suo team e Macchione gli ha detto: «Luciano, noi due siamo quasi morti quella volta. Che paura vuoi che ci faccia un match point?». Tutto spiegato.

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