Alcuni attenti osservatori dei movimenti delle labbra asseriscono che Jannik Sinner abbia sussurrato ad Alexander Zverev allo scadere dell’ora (57 minuti per la verità) di gioco: per la lezione sarebbero 100 euro ma non preoccuparti, dammeli pure a Roma quando ci vediamo. Secondo altri una volta negli spogliatoi Il tedesco si sarebbe sfilato la maschera di gomma in stile Mission impossibile e avrebbe mostrato la sua vera identità: Natalia Zvereva, la sua omonima che nell’88 perse la finale contro Steffi Graf a Roland Garros senza racimolare manco un game e restando in campo 32 minuti.

Ci si deve lasciar andare a una bonaria ironia dovendo prendere atto che l’italiano ha battuto il tedesco nella finale di Madrid (per la nona volta di fila) con una facilità impressionante (6-1 6-2), che ora è il primo tennista della storia ad avere conquistato cinque titoli 1000 consecutivi (Parigi ex Bercy a fine 2025 poi Inadian Wells, Miami, Montecarlo e appunto Madrid), che a Roma tenterà di conquistare il sesto e che soprattutto si è trasformato in un fenomeno la cui portata era difficile immaginare di questa misura.

Evoluzione generazionale

Sinner non è più soltanto il più forte tennista in circolazione con il solo Carlos Alcaraz in grado di rivaleggiare con lui e pure di batterlo; è oggi esponente di una evoluzione generazionale che fa apparire tutti gli altri (per l’appunto escluso Carlitos) appartenenti a un’altra epoca. Se per Zverev si può ragionevolmente tirare in ballo una sorta di accertata sudditanza psicologica nei confronti di Sinner che ormai deborda nella patologia, per tutti gli altri il discorso non vale.

La distanza che li separa dal numero 1 al mondo è tale da far venire in mente il confronto fra un giocatore che maneggi una racchetta contemporanea e uno che cerchi di arginarlo con un attrezzo in legno. A Madrid fanno poco testo il set perso nel match inaugurale contro Bonzi e il secondo set lottato contro baby Jodar. Non esiste oggi un altro capace di utilizzare sistematicamente la miglior soluzione possibile in ogni fase di gioco.

Ciò che Rory McIlroy ha fatto ad Agusta nell’ultimo giro del Master (reagire a una fase negativa elevando a dismisura il proprio rendimento) Jannik lo fa in ogni scambio. Nessuno come lui mette un servizio vincente subito dopo un errore o un punto subito. Se si osserva la sua crescita tecnica e pure tattica rispetto ai primi tempi della carriera è impossibile non notare una progressione costante che non è ancora finita. Complicato trovare in altri la stessa parabola.

In realtà lui è un tennis nuovo o almeno evoluto. La stragrande maggioranza di tutti gli altri no. Sinner firma ogni giorno la cesura che separa un’epoca da un’altra. Soprattutto sulla terra, superficie che fino a qualche settimana fa era di certo quelle per lui più ostica. Studia e analizza la sua programmazione secondo criteri che a molti possono apparire strani ma che in realtà valutano la stagione nella sua completezza.

Il forfait di Alcaraz e la sua scintillante condizione psicofisica lo hanno portato a Madrid quando i più ritenevano con ragione che avrebbe dovuto saltare l’appuntamento madrilena per poi tentare la conquista del double Roma-Parigi. Altri hanno previsto che il rosso avrebbe invece saltato Roma per arrivare in grande spolvero a Parigi.

Lui ha deciso ora di giocare tutto e se possibile di vincere tutto. Forse (perché no) anche per dimostrare che l’anno scorso solo i tre mesi di stop per il caso Clostebol gli hanno impedito di essere quel dominatore che si è rivelato nell’ultima parte della stagione. Mettere così tanto spazio e tante vittorie fra lui e Alcaraz che quando lo spagnolo tornerà dovrà compiere la più ardua delle scalate per riavvicinarsi: questo pare essere l’obiettivo di Sinner a medio termine. E non si vede, oggi, come non possa riuscirci.

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