I titoli di coda inizieranno a scorrere lunedì 22 giugno, dopo l’ora di pranzo. Perché nella canicola della Capitale il calcio italiano si ritroverà al Rome Cavalieri Waldorf Astoria Hotel per eleggere il suo nuovo presidente. A prevalere sarà uno tra Giovanni Malagò (Roma, 1959) e Giancarlo Abete (Roma, 1950), due dirigenti e politici con una certa familiarità con le cariche apicali.

Sarà un punto di svolta. Tanto a livello personale che collettivo. Perché sarà anche la fine (momentanea) di una rivalità che assomiglia più a una serie tv che a un film. Negli ultimi 13 anni, infatti, Malagò e Abete si sono scontrati spesso. Fino a rappresentare quasi due modi opposti di guardare al calcio e allo sport.

Lo scontro sulla giustizia sportiva

La disputa inizia nel lontano 2013. E c’è di mezzo un’altra elezione. Il 19 febbraio si vota per stabilire chi dovrà succedere a Gianni Petrucci alla guida del Coni. L’esito sembra già scritto. In 46 hanno giurato fedeltà a Lello Pagnozzi, delfino di Petrucci. Solo che in 11 cambiano idea. Il risultato è sorprendente. Malagò viene eletto con 40 voti. Cinque in più del rivale.

I quotidiani soprannomineranno quella votazione «La notte dei lunghi coltelli». Abete, presidente della Federcalcio dal 2007, aveva appoggiato Pagnozzi. Fortemente. Pubblicamente. Le parole che sceglie per commentare la Caporetto elettorale sono ondivaghe. «Questa vittoria è frutto di un vento di cambiamento – dice - Ma voglio ricordare che il sistema sportivo è rimasto a livelli di grande eccellenza grazie al lavoro di Petrucci e Pagnozzi. Se il paese fosse ai livelli di ranking in cui è lo sport italiano avremmo un paese migliore».

E ancora: «È evidente che le dichiarazioni di consenso sono state maggioritarie per Pagnozzi. Poi c’è piena autonomia decisionale, ma quello che si richiede è un livello di credibilità nel modo di presentarsi all’opinione pubblica». Quell’elezione, però, si porta dietro anche un altro dato interessante. Abete riesce a entrare in Giunta. Ma a gennaio Malagò aveva detto chiaramente che, in caso di vittoria, avrebbe tenuto fuori il presidente della Federcalcio. È qualcosa di mai accaduto prima, un’idea che Petrucci definisce «folle e demagogica».

I problemi iniziano subito. O quasi. Il terreno di scontro è quello della riforma della giustizia sportiva. Tra i nodi ci sono la necessità di ripristinare il vecchio Ufficio Indagini e il ruolo del Tnas, che secondo Malagò è diventato uno «scontificio» pronto a incenerire molte sentenze del calcioscommesse. Il 19 dicembre 2013 il presidente del Coni presenta la sua riforma con 4 novità essenziali: un nuovo terzo grado di giudizio con il Collegio di garanzia dello sport che sostituisce Tnas e Alta corte, un tribunale di legittimità e non di merito, l’introduzione del Codice unico (che sarà uguale per tutte le Federazioni), e la creazione di una Super Procura.

Abete vota contro la riforma. «Sono preoccupato - dice - anche perché c’è un coinvolgimento dell’ente di indirizzo (il Coni) sul versante della fase istruttoria, e viene a mancare il concetto sia di terzietà che di indipendenza delle procure federali». Malagò risponde con diplomazia. Nega le tensioni con Abete («Non ce ne sono mai state. Sarei sempre contento di poter trovare interlocutori come Abete»), dall’altra sottolinea che «bisogna avere il coraggio di cambiare». E in Italia è «sempre complicato».

Il commissariamento della Figc

Il 2014 è un anno talmente caldo da diventare bollente. Ad aprile il campo di battaglia riguarda i contributi del Coni alle Federazioni. «Niente denaro a prescindere – dice Malagò - Ci atterremo a tre grandi criteri: preparazione olimpica, progetti speciali e attività sportiva. L'importante è che nessuno si metta sul cucuzzolo, dica sono il calcio e non mi si può toccare». Che tradotto significa meno soldi al pallone. Abete non ci sta: «Ricordo sempre quale è l'apporto produttivo che il calcio dà al paese: in 6 anni, in termini di contributi fiscali e previdenziali, ha versato 6 miliardi di euro a fronte di 480 milioni tornati alla Figc tramite il Coni».

Poco dopo gli stadi piombano nel caos. La finale di Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli è bagnata dal sangue di Ciro Esposito, in tifoso morto durante gli scontri pre-match. «È imbarazzante la reiterazione di quello che avviene negli stadi - dice Malagò - significa che o non si è fatto nulla o lo si è fatto male». Abete replica duramente: «Anche il Coni fa parte della task force del Viminale, e Malagò ha applaudito alle decisioni di questo organismo».

A giugno, invece, l’Italia è fuori dal Mondiale dopo aver perso con Costa Rica e Uruguay. Abete cammina su un terreno scosceso. «Sarebbe servito un sostegno delle istituzioni sportive», dice il presidente della Figc. «Non so a chi si rivolgesse: escludo al Coni o alla mia persona. Abbiamo sempre avuto un dialogo frequente e non gli ho mai fatto mancare il mio appoggio. I nostri rapporti sono estremamente affettuosi».

Eppure, secondo il Corriere, Malagò «non ha in simpatia la Federcalcio» e potrebbe «aumentare la pressione sul vertice Figc per costringere Abete alla dimissioni». Che arrivano subito. Ad agosto Malagò dice che il «calcio italiano» va resettato. E comincia a paventare l’ipotesi di un commissariamento. «I tifosi del commissario sono quelli che hanno scarsa dimestichezza con il consenso dal basso – commenta Abete durate il suo commiato - Si candidino e verifichino il consenso: è il modo migliore per fare qualcosa per il calcio. Dicono che serve un largo consenso per il presidente federale? Sono contro la logica del pensiero unico: se servisse un largo consenso tutto il sistema, compreso il Coni, sarebbe commissariato».

Le cose precipitano. Pur di evitare il commissariamento Abete lavora a una colazione con Gravina e Sibilia. Non va bene. Dopo la mancata qualificazione a Russia 2018, la Figc non riesce a eleggere il suo presidente. Arriva il commissario.

Nuovo atto

È un copione che si ripete. Nel 2018 l’Italia fallisce la qualificazione a Qatar 2022. Tavecchio lascia. Malagò diventa il commissario straordinario della Federcalcio.

Lega Nazionale Dilettanti, Lega Pro, Assocalciatori (Aic) e arbitri (Aia) sono pronti a candidare Abete al vertice della Figc. «Se questa cosa dovesse andare avanti sarebbe non solo del tutto inelegante ma anche profondamente sbagliata – dice Malagò - È l'unico caso in cui sui giornali in maniera trasversale si è tutti d'accordo sul fatto che sia una cosa non giusta».

Dieci giorni dopo i due si incontrano di nuovo. Stavolta negli uffici del Coni. Abete racconta di una riunione «in grande tranquillità tra persone che si conoscono e si stimano da tanti anni». Una pace che è rimasta intatta fino a qualche mese fa.

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