Quando si accomodò dietro la scrivania per la conferenza di presentazione delle semifinali di Nations League della Concacaf, in una fredda mattina di febbraio 2025, nessuno o quasi nella sala stampa del Sofi Stadium di Inglewood, in California, avrebbe mai immaginato che il primo pensiero di Jesse Marsch, il ct americano del Canada, non sarebbe stato calcistico. 

Canada, Messico, Stati Uniti e Panama nello stesso atto finale del torneo, clima sportivo teso, rivalità accese. Eppure… «Prima di ogni altra cosa - esordì il 52enne allenatore originario del Wisconsin - voglio dirvi che, da americano, mi vergogno». Bum! Una dichiarazione netta, decisa, in risposta alle frasi di Donald Trump sull’annessione del Canada, il “progetto” del 51° stato che «ha bisogno della nostra protezione».

Marsch proseguì, ancora più diretto: «Da americano mi vergogno dell'arroganza e della mancanza di rispetto che abbiamo dimostrato verso uno dei nostri alleati più antichi e leali. Il Canada è una nazione forte e indipendente, profondamente radicata nella decenza. Ed è un luogo che valorizza l'etica e il rispetto, a differenza del clima polarizzato, irrispettoso e spesso alimentato dall'odio che si respira negli Stati Uniti».

Fino a quella mattina, la notorietà di Marsch in Canada, dove essere il ct della nazionale non è certo una posizione di rilievo, era limitata all'ambiente calcistico. Eppure, quei commenti finirono su tutti i notiziari nazionali. «Non sapevo chi fosse, è stata la prima volta che ho sentito il suo nome», confessò il velocista Donovan Bailey, doppio oro alle Olimpiadi di Atlanta 1996, uno degli atleti canadesi più celebri di sempre. «Ha aperto la strada. Sapeva cosa voleva dire e l'ha detto. È andato contro il sistema, e questo mi piace. Piace a tutti». Forse proprio perché Marsch è americano, le sue parole ebbero una risonanza maggiore di qualsiasi risposta canadese ai sogni trumpiani. 

Quando poteva allenare gli Usa

Politica a parte, Marsch - che a febbraio scorso è stato ospite della Figc a Coverciano per una lectio magistralis agli studenti del corso Uefa di Data Analyst - si è calato fin da subito nella realtà canadese, calcistica e non. Quando non è impegnato con la nazionale, infatti, gira il paese in lungo e in largo, incontrando allenatori di college, discutendo di programmi con i proprietari di franchigie delle Minors, tenendo lezioni nelle scuole di provincia.

Eppure, per oltre un decennio, Jesse era stato la grande speranza del soccer a stelle e strisce, l’unico in grado di raccogliere l’eredità del leggendario Bruce Arena, l'allenatore con il maggior numero di vittorie con la nazionale statunitense, guidata dal 1998 al 2006 e dal 2016 al 2017 e portata fino ai quarti del Mondiale 2002, la vetta più alta mai toccata. Nel marzo 2023, in effetti, dopo il licenziamento di Greg Berhalter - favorito, secondo i maligni, anche dai “suggerimenti” di Claudio Reyna, che lo accusava di non far giocare abbastanza il figlio Giovanni - a sedersi sulla panchina degli States Marsch c’è andato vicinissimo. Tanto da rifiutare l’offerta del Leicester (Jesse aveva allenato per un anno e mezzo il Leeds, prima di essere esonerato, stabilendo il primato di coach statunitense più longevo in Premier League) che cercava il nome giusto cui affidare la risalita dopo la retrocessione.

Ma la Federcalcio Usa ritirò l'offerta e richiamò Berhalter, che nel frattempo aveva vinto il ricorso avverso il suo licenziamento, ritenuto ingiusto dai giudici. «Ero devastato - ha dichiarato Marsch ripercorrendo quei momenti - ma ora sono grato e davvero felice di essere dove sono».

Scuola Red Bull

Allenatore formatosi in Europa, nella galassia Red Bull, dove è stato assistente di Ralf Rangnick al Lipsia prima di prenderne il posto e poi emigrare in Inghilterra, Marsch ha assunto l'incarico di ct del Canada due anni fa, poco prima che Berhalter venisse sostituito a sua volta, stavolta definitivamente, da Mauricio Pochettino. E nel primo torneo disputato, proprio quella Nations League della risposta piccata a Trump, ha guidato la nazionale della foglia d’acero al quarto posto, il miglior risultato della sua giovane storia.

Perciò, adesso che rincorre una storica qualificazione ai sedicesimi di un Mondiale, per molti analisti americani Marsch è passato dall'essere «la prossima grande speranza» a «quella che ci siamo lasciati sfuggire». Lui, nel frattempo, continua l’immersione nella cultura del suo paese adottivo: «Ho bisogno di capire cosa significhi essere canadese», ha spiegato. E così, come ha ironicamente commentato uno dei suoi giocatori, «è diventato più canadese di quanto lo siamo noi».

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