Per l’ottantesimo del presidente, sul prato della Casa Bianca andrà in scena un evento di Ufc. La Casa Bianca ha sempre avuto un rapporto stretto con lo sport, dal pugilato di Roosevelt al basket di Obama, ma per il tycoon la lotta rappresenta la politica: o si vince o si perde, senza compromessi né rispetto per nessuno
Per il suo ottantesimo compleanno Donald Trump non ha scelto un concerto, una cena di gala o una cerimonia istituzionale. Ha scelto una gabbia. Sul prato della Casa Bianca, il luogo dove per decenni si sono svolti ricevimenti diplomatici, visite di Stato e celebrazioni ufficiali, domenica 14 giugno andrà in scena un evento di Ultimate fighting championship (Ufc). Per i meno esperti, un match di lotta. Una scena che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata una provocazione, ma che oggi veicola la comunicazione del 47° presidente Usa.
La scelta dice qualcosa del modo in cui Trump interpreta il potere, la politica e la costruzione del consenso. Perché se è vero che la Casa Bianca ha sempre avuto un rapporto stretto con lo sport, nessun presidente aveva mai scelto di trasformarla in un’arena.
Da Roosevelt a Obama
In un certo senso la storia delle discipline praticate dai presidenti racconta anche i cambiamenti dell’America. Theodore Roosevelt amava il pugilato, combatteva nella palestra della White House e smise soltanto dopo aver riportato un grave infortunio a un occhio. Per Roosevelt il combattimento rappresentava vigore fisico, disciplina e spirito pionieristico. Era l’America dell’espansione e della fiducia in sé stessa.
Negli anni Cinquanta Dwight Eisenhower fece costruire un putting green nel South Lawn della residenza presidenziale. Il golf trasmetteva autocontrollo e moderazione, qualità associate a un generale diventato presidente nel pieno della guerra fredda.
Barack Obama, invece, fece adattare i campi da tennis per poter giocare a basket, sport che meglio rappresentava il gioco di squadra e la costruzione collettiva dell’azione.
Sempre sul ring
Anche Trump ha sempre avuto un rapporto privilegiato con il golf, uno sport che però non basta più a raccontare il suo universo politico. Da anni il tycoon coltiva una stretta amicizia con Dana White, numero uno dell’Ufc, frequentando gli eventi da oltre vent’anni. Quando nel 2021, dopo l’assalto a Capitol Hill, gran parte dell’America aziendale ha preso le distanze da lui, il mondo delle Mma ha continuato ad accoglierlo come una celebrità. Le apparizioni a bordo ring hanno contribuito a mantenere la popolarità presso una parte dell’elettorato conservatore.
L’ascesa della principale organizzazione mondiale di Mma negli Stati Uniti ha accompagnato quella di una nuova cultura politica prevalentemente maschile, giovane e fortemente presente online. Podcast, influencer, commentatori sportivi e creator hanno trasformato gli eventi Ufc in luoghi di aggregazione di una parte dell’elettorato conservatore che spesso diffida dei media tradizionali e delle istituzioni.
Nelle arene Donald ha trovato un pubblico che si riconosce nel suo linguaggio diretto, competitivo e spesso provocatorio. In fondo, l’ascesa dell’Ufc e quella di Trump hanno seguito traiettorie simili: per anni considerate fenomeni marginali da una parte dell’establishment americano, oggi siedono entrambe al centro della scena politica e culturale del paese.
Nell’America di The Donald la lotta non è semplicemente uno sport, è una rappresentazione del conflitto. Due avversari entrano in una gabbia, uno vince, l’altro perde. Non esistono compromessi, mediazioni o zone grigie. Una logica che ricorda da vicino il modo in cui Trump racconta la politica: vincitori contro perdenti, patrioti contro nemici, sostenitori contro oppositori.
Tra politica e spettacolo
La differenza rispetto ai suoi predecessori non sta tanto nello sport scelto, quanto nell’uso che ne fa. Non è un caso che il 47° presidente Usa abbia spesso scelto gli eventi Ufc per tornare sotto i riflettori nei momenti più difficili della sua carriera politica e giudiziaria. Dopo la prima incriminazione del 2023 e dopo il verdetto di colpevolezza del 2024, una delle sue prime apparizioni pubbliche fu proprio a bordo ring.
La gabbia è così probabilmente la rappresentazione più efficace del secondo mandato di Trump: una presidenza che continua a confondere i confini tra politica, spettacolo e cultura popolare, trasformando anche il luogo più istituzionale d’America in un palcoscenico. Forse è proprio questa la novità. La maggior parte dei suoi predecessori utilizzava lo sport per umanizzare la figura presidenziale senza alterare il significato delle istituzioni, mentre Trump compie il percorso opposto: usa le istituzioni per amplificare il linguaggio dello spettacolo.
La Casa Bianca resta il centro del potere americano, ma sempre più spesso assomiglia a un ring progettato per produrre immagini virali, consenso e attenzione mediatica. In questo senso, la gabbia non è una parentesi folkloristica. È il segno di una presidenza che ha progressivamente cancellato il confine tra intrattenimento e potere.
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