«Così si torna indietro di trent’anni»: non convince la possibilità al vaglio del Comitato olimpico internazionale di introdurre test genetici obbligatori per verificare il sesso delle atlete (e vietare la partecipazione di donne transgender e intersex alle Olimpiadi). A metterlo nero su bianco oltre 70 organizzazioni internazionali che da anni si occupano di sport e diritti. Tra questi Sport & Rights Alliance, ILGA World e Humans of Sport. L’appello è netto e chiede al Cio di fermarsi.

Le indiscrezioni raccolte da Domani parlano di raccomandazioni già formulate da un gruppo interno: test genetici per tutte. Una linea dura che, secondo le organizzazioni, colpirebbe proprio coloro che lo sport dovrebbe proteggere. «Il controllo del genere e l’esclusione danneggiano tutte le donne», dice Andrea Florence, direttrice della Sport & Rights Alliance. Non solo chi verrebbe esclusa, ma anche chi resterebbe: sottoposta a verifiche, esposta al sospetto, costretta a dimostrare di essere ciò che è.

Torna in mente il caso di Caster Semenya: due volte campionessa olimpica degli 800 metri, esclusa da alcune competizioni sportive per essersi rifiutata di assumere farmaci che riducessero il suo alto livello di testosterone, causato da una disfunzione genetica che le provoca l’iperandroginia. 

Osservare e misurare i corpi

I test di verifica del sesso sono stati abbandonati dopo le Olimpiadi del 1996 perché ritenuti imprecisi e dannosi. Organismi internazionali (dalle Nazioni Unite alle principali associazioni mediche) li hanno definiti discriminatori. Riproporli oggi significherebbe riaprire una ferita mai del tutto chiusa: quella dei corpi osservati, misurati, giudicati.

E poi c’è un altro punto, più sottile ma decisivo. Il metodo. Le proposte sono state avanzate dal “Gruppo di lavoro sulla protezione della categoria femminile”. Definito «opaco» dalle ong. Il Cio non ha reso pubblici i nomi dei suoi membri, né il processo con cui lavora, né i criteri delle sue decisioni. A differenza di altri gruppi. Nessuna consultazione ampia, nessun confronto trasparente con atlete, scienziati, esperti di diritti umani. Un processo chiuso. Ed è proprio questa mancanza di luce a minare la legittimità delle scelte.

Raggiunta da Domani, Florence entra nel dettaglio: «Quando il Cio ha rifiutato di garantire trasparenza sulla composizione e sul funzionamento del gruppo di lavoro, abbiamo iniziato a preoccuparci. Un processo segreto non potrà mai portare a una politica rispettosa dei diritti. Ma un divieto generalizzato per le atlete trans e intersex, insieme a test universali di verifica del sesso, è semplicemente inaccettabile: ci riporta direttamente nel Medioevo dello sport femminile».

Il rischio non è solo teorico. Le conseguenze sarebbero concrete e, dicono, pesanti soprattutto per le più vulnerabili: le atlete giovani, le minorenni, le donne del Sud globale. Sottoposte a test invasivi, esposte a umiliazioni pubbliche, a possibili interventi medici non necessari. E con un costo economico altissimo: fino a 10 mila dollari per atleta.

Affrontare le questioni reali

Per Kimberly Frost, co-segretaria generale di ILGA World, il rischio è quello di «influire sul modo in cui tutte le donne potranno praticare lo sport che amano, dalle Olimpiadi fino ai campi da gioco di quartiere». Frost sottolinea un paradosso: «Siamo d’accordo: le donne meritano di partecipare alle gare in sicurezza. E questo significa innanzitutto affrontare le questioni reali dello sport femminile come la disparità di finanziamenti, l’accesso agli allenamenti, le disparità salariali e la violenza di genere, piuttosto che sottoporre i corpi di tutte le atlete a ulteriori indagini». 

«Lo sport dovrebbe essere inclusivo», ricorda Julia Ehrt, direttrice esecutiva di ILGA World. «Esortiamo il Cio a dare priorità alla sicurezza rispetto alla politica e a non consentire pratiche che mettano a rischio tutte le donne. Il controllo invasivo dei corpi delle donne dovrebbe preoccupare ogni persona, poiché rafforza stereotipi dannosi ed espone tutte le donne e gli atleti Lgbtq a ulteriori abusi».

Il Cio, per ora, non ha risposto. Raggiunta da Domani Payoshni Mitra, direttrice esecutiva di Humans of Sport, punta il dito contro la presidenza di Kirsty Conventry: «Il Cio sotto la sua presidenza mostra segnali precoci e preoccupanti di arretramento rispetto ai suoi impegni in materia di diritti umani. Il dipartimento per i diritti umani è stato inglobato nelle relazioni pubbliche, e il personale è stato usato come capro espiatorio durante una conferenza stampa in occasione di Milano-Cortina 2026. Gli scienziati hanno osservato che non esistono nuove prove che giustifichino la tendenza verso lo screening genetico obbligatorio. Con Los Angeles 2028 all’orizzonte e la posizione ben nota dell’amministrazione di Donald Trump sullo sport femminile, questo cambiamento appare meno fondato su principi e più dettato da convenienze politiche. Non si tratta di passi falsi isolati, ma di un modello ricorrente».

Resta una domanda, semplice e difficile insieme: chi decide “quanto deve essere donna” una donna nello sport? E soprattutto, con quale diritto?

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