È la new generation della pallanuoto. Quelli che le responsabilità se le vanno a cercare. Non figli di un dio minore, ma ragazzi alla ricerca di una luce. «Anche se bisogna vivere con un po’ di leggerezza». Europeo, ballo da debuttanti azzurri. Anche per Alessandro Balzarini, classe 2003, difensore, pilastro dell’An Brescia. La mamma Francesca è un avvocato, il papà Dimitri fa l’imprenditore. Tre fratelli (due gemelli). Studia Matematica alla Cattolica. È anche il primo bresciano doc ad andare a una competizione così.

«Sono di Concesio, il paese di papa Paolo VI. Abito a cento metri da dove abitava lui. Mia nonna è molto religiosa». Ma più che alla fede, Alessandro si aggrappa a se stesso. «Nello sport bisogna essere seri. Ma anche un po' leggeri. Vivere la responsabilità mi piace, bisogna farlo nel modo giusto. Un ultimo tiro, un’azione finale, un momento chiave: se non c’è quel brivido e non lo vivi, allora che senso ha?».

Ce lo dica lei.

Sono uno a cui piace giocare. E far parte di una Nazionale come il Settebello è un onore. Ma non è facile. È una squadra che punta sempre in alto. Ci sono aspettative, pressioni, ambizioni. Essere in questo gruppo è un orgoglio. Siamo uniti. E quando è così, il massimo lo dai sempre.

Il ct Sandro Campagna, un mito, cosa le ha detto?

Lui è il mio allenatore, fa le scelte, lo rispetto. Io sono qui solo per dare il mio contributo se verrò chiamato in causa. Spero di giocare, sì. E se toccherà a me darò il massimo, questo è sicuro.

Cosa ci vuole per essere un buon giocatore di pallanuoto?

Un talento di base, ma questo vale in ogni cosa. Ognuno di noi ha una qualità da portare avanti. Per farlo ci vuole tanta dedizione. La pallanuoto è uno sport difficile, complicato fisicamente e tecnicamente. Devi avere un po’ di furbizia. Bisogna mettere insieme tutte queste cose.

Lo ha sempre fatto?

Quando ti affacci a un’attività così tanto professionistica, quando inizi a stare tanto fuori casa e sei piccolo non è mai facile. C’è stato un momento in cui ho fatto un po’ fatica. Faticavo con la scuola, avevo delle materie sotto, e non volevo spostarmi da casa. Ero al liceo, in quinta superiore, e l’istruzione è sempre stata la cosa più importante. Non riuscivo a giocare come volevo. Mi ero spaventato. Avevo deciso di accantonare la pallanuoto.

E poi?

Quando ho smesso ci ho messo poco a capire che mi mancava. Dopo due mesi mi hanno richiamato. Era il periodo del Covid, c’era bisogno di me. E io sono andato. Anche senza allenamento. Mi mancava proprio. La pallanuoto era essenziale per me. Così ci ho riflettuto e sono tornato.

La vostra generazione non ha più paura di raccontare fragilità e difficoltà, per fortuna.

Non è una cosa facile. Sono piccoli fallimenti. Ma bisogna affrontarli. Non tutti i ragazzi la vedono così. Rispetto al passato, a me sembra più difficile trovare una strada. Perché non sembrano essercene di banali: hai la possibilità di fare tutto. Ed esiste una realtà globale, non più la città ma il mondo. Le pressioni sono tante.

Perché matematica?

Facevo ingegneria ambientale, ma a me piacciono le cose meno concrete. E la matematica mi ha sempre appassionato.

Come si è avvicinato alla pallanuoto?

Ho sempre fatto un sacco di sport. Mia madre è un’ex nuotatrice. E lo sci a casa mia lo fanno tutti. Amo la pallavolo, il beach volley, tutto. A dieci anni ho provato la pallanuoto perché un amico di mio padre aveva mandato il figlio. Adesso è la mia vita.

A casa chi tifa di più?

Mamma. Lei sa tutto di tutto: dagli orari delle mie partite alle notizie di mercato della pallanuoto. Segue tutti i social. La prendiamo anche in giro. Mio papà viene sempre alle partite. Il primo a sapere della convocazione è stato mio nonno Giacomo, è del ’42. Sono molto legato a lui. Faceva l’operaio, in pensione si è messo a fare il contadino. Abbiamo l’orto: insalata, pomodori, radicchio, fagiolini, zucca, patate, cipolle. È la vita di campagna, mi piace.

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