Dopo il primato italiano ottenuto a Francoforte, il marciatore altoatesino è stato sospeso dalla Nada: nei suoi campioni di sangue e urina sarebbero emerse tracce di Epo. Lui si dice innocente e chiede l’analisi di una terza provetta di urina, custodita dal suo storico coach Sandro Donati che si dice «sorpreso, incredulo e amareggiato». Ma la richiesta sfida le regole Wada e riapre il conflitto sull’antidoping internazionale
Il 26 aprile scorso a Francoforte sembrava di essere davanti a un nuovo, inaspettato capitolo di una storia umana e sportiva in cui l'estasi della vittoria e l'abisso del doping hanno finito per confondersi, trascinando Alex Schwazer in una spirale di colpe, redenzioni cercate, desiderio di riscatto e battaglie contro avversari visibili e invisibili. Dopo quella maratona di marcia chiusa in 3 ore, 1 minuto e 55 secondi (migliorando, a 41 anni suonati, il primato italiano di circa due minuti), al termine di una lunga squalifica per doping, si era persino riaperto il dibattito su una convocazione dell’altoatesino con l’Italia per gli Europei di agosto.
Meno di due mesi dopo arriva una doccia fredda che stavolta, come lui stesso ammette, potrebbe stroncarlo per sempre: il campione olimpico nella 50 km a Pechino 2008 è stato sospeso dall’agenzia antidoping tedesca, la Nada, perché proprio in quella gara in terra tedesca è risultato positivo all’Epo, quell’eritropoietina che – da reo confesso - gli era costata la prima delle due squalifiche per doping della sua storia, nel 2012, prima dei Giochi di Londra.
L’agenzia ha rilevato tracce della sostanza proibita «sia nei campioni di urina sia in quelli di sangue» del marciatore. La Nada ha dichiarato di aver trasmesso la documentazione alla magistratura ordinaria perché in Germania, come in Italia, il doping è un reato, non solo una violazione delle norme sportive. Prende così corpo l’ipotesi della radiazione: Schwazer, positivo per la terza volta in carriera (la seconda, nel 2016, per dei metaboliti di testosterone nelle urine, lo ha spinto a una lunga battaglia legale contro l’antidoping mondiale per una presunta manipolazione esterna dei campioni prelevati) rischia di essere allontanato per sempre dallo sport.
«Non ho forze per difendermi»
Gloria e rovina, appunto. Quando si è presentato in conferenza stampa, il corridore di Vipiteno si è detto «innocente» e, affiancato dal suo avvocato Gerhard Brandstätter, ha chiesto le controanalisi, ma a una sola condizione: che venga esaminata anche una terza provetta di urina conservata da Sandro Donati, suo storico coach fino al 2016 e colonna dell’antidoping. In caso contrario, ha lasciato intendere di essere disposto persino a rinunciare. «Non ho l'energia per difendermi e non ho fiducia nel sistema. Se penso di dover riaffrontare tutte le battaglie fatte con udienze, perizie, memorie, ricorsi... Ho una bellissima famiglia, una vita e un lavoro fuori dallo sport. Non voglio rovinare tutto», ha detto.
«Alex era stato avvisato da tutti – ha aggiunto Brandstätter -, se rientri rischi un incidente. Fino al 2016 ci sono state tante violazioni nei suoi riguardi. Siamo andati in Germania sereni, sapendo che ci sarebbe stato un controllo antidoping. Ma non avevamo fiducia, infatti abbiamo chiesto una terza provetta di urina e una terza provetta anche per il sangue, che però è stata rifiutata. Bisogna dar atto al professor Donati di essersi fatto consegnare almeno una terza provetta di urina. Spero ci sia l'onestà di fare la terza controanalisi».
Il futuro dell’antidoping
Donati, che non è più l’allenatore di Schwazer dal 2016 (ad allenarlo è il ciclista Domenico Pozzovivo), non era presente in conferenza. Ma c’era grande attesa per conoscere il suo punto di vista: «Posso solo esprimere sorpresa, incredulità e amarezza. Sono sempre rimasto in buoni rapporti con Alex, anche quando ha ripreso con un altro allenatore. Ero presente alla gara di Francoforte e sono riuscito a ottenere una terza provetta di urina, spero si voglia procedere all'esame di questa urina», recita il comunicato letto dalla storica manager dell’atleta, Giulia Mancini.
Nel sistema Wada il prelievo antidoping prevede sempre la suddivisione del campione in provetta A e B: entrambe sono identiche e servono a garantire il diritto alla controanalisi, che viene effettuata sulla B solo se la A risulta positiva. L’urina residua non utilizzata non è considerata un “terzo campione ufficiale” e non rientra nelle procedure standard del Codice.
Nel caso Schwazer, la richiesta della difesa di analizzare una terza provetta conservata da Donati si scontra con questo principio: la Wada non prevede che esistano campioni paralleli custoditi da terzi, né che possano essere usati come prova indipendente, perché non ha il controllo sul sigillo del campione né sulla sua corretta conservazione.
Accettare quella terza provetta significherebbe derogare alle regole Wada. Ma un rifiuto alimenterebbe le accuse di chi, come l’altoatesino, si sente danneggiato dall’agenzia mondiale e non sufficientemente protetto da eventuali complotti. Ancora una volta, intorno alla vicenda di Schwazer, nascono interrogativi che chiamano in causa il futuro stesso dell’antidoping.
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