Il 29 maggio non sarà più soltanto una data del calendario juventino, né una ricorrenza affidata alla memoria dei familiari, dei sopravvissuti e di una parte del calcio che non ha accettato la rimozione. Con l’approvazione definitiva del Senato, la strage dello stadio Heysel diventa Giornata nazionale. La Repubblica riconosce ufficialmente il giorno in cui nel 1985, a Bruxelles, morirono 39 persone, 32 delle quali italiane, prima della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool.

Un lutto che va oltre le tifoserie

La legge, promossa dall’onorevole Fabrizio Comba (Fratelli d’Italia), primo firmatario della norma, arriva dopo l’approvazione della Camera e il via libera definitivo del Senato. Il testo istituisce una giornata di memoria, senza trasformarla in festività civile, e prevede iniziative nelle scuole, nelle università, nelle istituzioni e nelle associazioni sportive. Non solo commemorazione, dunque, ma educazione. «L’approvazione definitiva della legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria delle vittime della strage dello stadio Heysel rappresenta un momento di grande valore istituzionale e civile per l’Italia», ha detto Comba.

La strage dell’Heysel smette così di essere trattata come un lutto privato del tifo, dopo che, per troppo tempo, è rimasta in una zona opaca della memoria italiana. Troppo sportiva per essere assunta pienamente come tragedia nazionale. Troppo dolorosa per essere raccontata dentro la liturgia agonistica. Troppo esposta alla rivalità calcistica per essere sottratta agli insulti, agli striscioni, ai cori, alla contabilità miserabile delle appartenenze.

Per Andrea Lorentini, presidente dell’Associazione fra i familiari delle vittime dell’Heysel, si tratta di «un passaggio storico». Ma la sua dichiarazione contiene soprattutto un cambio di prospettiva: «La memoria dell’Heysel deve andare oltre le maglie, oltre le bandiere, oltre ogni appartenenza sportiva. È memoria civile». Perché l’Heysel è stato spesso ricordato come una tragedia del calcio, ma è stato prima di tutto una strage di persone andate a vedere una partita e mai tornate a casa.

Tracciare un confine

La legge arriva dopo 41 anni di attesa, sollecitazioni, commemorazioni, richieste di rispetto. E pone una domanda implicita: perché ci è voluto così tanto? La risposta sta anche nel modo in cui il calcio italiano ha gestito il proprio passato. Gli stadi sono e sono stati luoghi di appartenenza e bellezza popolare, ma anche spazi nei quali la morte dell’altro può diventare materiale da curva. L’Heysel avrebbe dovuto fissare subito un confine invalicabile. Non sempre è accaduto.

Per questo la Giornata nazionale non può essere letta soltanto come un atto commemorativo. È anche una presa di posizione sul linguaggio pubblico. Quando Lorentini dice che quella memoria non può più essere «vilipesa, banalizzata o usata come insulto», indica una questione che riguarda il calcio di oggi, non solo quello del 1985.

Perché la violenza non vive soltanto nell’aggressione fisica. Vive anche nella degradazione simbolica dell’avversario, nella trasformazione del morto altrui in scherno, nella convinzione che il tifo sospenda le regole minime della convivenza.

Una pagina di storia civile, dentro e fuori gli stadi 

L’Heysel non appartiene solo alla Juventus. Non appartiene solo ai parenti delle vittime. Non appartiene nemmeno soltanto alla storia dello sport europeo. È una pagina di storia civile perché mostra che cosa può accadere quando una competizione sportiva perde il controllo del proprio contesto: organizzazione carente, sicurezza inadeguata, l’assalto degli hooligan del Liverpool, istituzioni impreparate, corpi schiacciati dentro uno stadio diventato trappola.

Ora il rischio è che la Giornata nazionale resti una formula. Una data aggiunta al calendario, qualche corona, qualche dichiarazione ufficiale, qualche post sui social. Sarebbe un modo diverso di dimenticare.

Il 29 maggio dovrà essere invece un giorno di memoria sobria, non di appropriazione. Non una celebrazione di club, non una bandiera parlamentare, non un rito consumato in poche frasi. Dovrà servire a ricordare i nomi, le storie, le vite. Ma anche a spiegare che lo stadio non è uno spazio separato dalla società: ne è una forma concentrata. Vi entrano passioni, identità, paura, ordine pubblico, televisione, denaro, odio. Da oggi quelle 39 vittime hanno un posto nel calendario pubblico della Repubblica. Non basta. Ma è un inizio tardivo e necessario. La memoria, quando diventa civile, non consola soltanto chi ha perso. Chiede conto a chi resta.

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