I Red Devils vengono presi a esempio di tutto quello che nel calcio non funziona. Il 2026 si apre con l’ennesimo ribaltone in panchina: sono 11 gli allenatori dall’addio di Sir Alex nel 2013. Il club che non aveva cambiato timoniere per 9.733 giorni oggi continua a pescare tra gli allievi dello storico manager. Ma è la lotta di potere interna alla dirigenza ad avere pessimi riflessi sul campo
Vedi Manchester, sponda United, e poi muori, sportivamente parlando. Il 2026 dei Red Devils si è aperto con l’ennesimo ribaltone della guida tecnica, raggiungendo il non apprezzabile traguardo dell’allenatore numero 11 dall’addio di Sir Alex Ferguson, maturato nel giugno del 2013. Come sia stato possibile che il club che non aveva cambiato il proprio timoniere per 9.733 giorni sia finito a versare in queste condizioni, nonostante fiumi di analisi, cambi di quote societarie e di dirigenza, risulta ancora incredibilmente oscuro. Una sorta di “maledizione di Ferguson” che attanaglia uno dei club più importanti del mondo.
Nel momento dello sbandamento, con una tendenza che inizia a essere persino sinistra, lo United rimette in scena ormai lo stesso copione: si rifugia nel passato glorioso, va a pescare nel mucchio degli allievi di Sir Alex nella speranza di trovare il jolly e, quantomeno, di calmare la piazza. Dopo David Moyes era toccato a Ryan Giggs, dopo Mourinho era arrivato Ole Gunnar Solskjaer, a posteriori quello capace di rimanere in sella per il periodo più ampio. E ancora, dopo l’esonero di Baby faced assassin era arrivato Michael Carrick, e dopo Erik ten Hag era stata la volta di Ruud van Nistelrooy. Interim durati generalmente solo una manciata di partite tranne il caso del norvegese.
Una mossa ripetuta a memoria che sa di circolo chiuso, alla quale la dirigenza del Manchester United non ha rinunciato nemmeno stavolta, dopo aver dato il benservito a Ruben Amorim. Tocca quindi a Darren Fletcher, zero panchine in carriera tra i pro, soltanto il cammino nelle giovanili dei Red Devils. Si ritroverà, ironia della sorte, ad allenare i suoi due gemelli Jack e Tyler.
Malinconico Amorim
Ma non sarà uno dei temi principali relativi al futuro di Fletcher padre, sul quale nemmeno chi si occupa di calcio inglese ogni giorno se la sente di sbilanciarsi: c’è chi scommette su un interim breve e chi crede che invece possa arrivare fino all’estate, magari sperando di convincere qualche altro allenatore rampante a sedersi su una panchina ormai ricoperta di carboni ardenti.
Amorim sembrava a molti l’uomo perfetto, reduce da un’avventura allo Sporting che lo aveva portato a essere il re della Lisbona biancoverde. Si è immalinconito nel giro di poche settimane dal suo arrivo, ha portato in fondo la prima stagione tralasciando la Premier e indicando nell’Europa League l’obiettivo primario, salvo perderla in finale contro il Tottenham. Eppure, in questa stagione, dopo un iniziale sbandamento, pareva aver rimesso i cocci insieme: oggi fa sorridere rivedere le foto in cui veniva premiato come allenatore del mese di ottobre.
Quando Sir Jim Ratcliffe è entrato nel Manchester United con l’irruenza di un tornado, rilevando all’incirca il 25% delle quote del club, ha immediatamente preteso di non essere soltanto un socio di minoranza dei Glazer. Lo ha fatto forte del suo storico nel mondo dell’imprenditoria e dello sport, citofonare Ineos, con tutte le sue ramificazioni, per avere conferma. Ma quello che per qualche anno era riuscito al Nizza non ha funzionato a Manchester.
La lotta di potere nei Red Devils
Il teorico dei marginal gains, Dave Brailsford, l’uomo messo a dirigere il ramo sportivo di Ineos dopo aver progettato la grande esplosione del ciclismo britannico e di quello che, prima dell’approdo della sponsorizzazione di Ratcliffe, era stato il Team Sky, non ha avuto l’impatto che Ratcliffe sperava. I dirigenti sono cambiati con una frequenza impressionante: Dan Answorth, che aveva progettato il ritorno al vertice del Newcastle, è durato cinque mesi prima di scappare; a dirigere le operazioni è dunque salito James Wilcox, l’uomo che è andato allo scontro frontale con Amorim.
Il portoghese, poche ore prima dell’esonero, si era esposto pubblicamente, rivendicando la sua volontà di essere il manager, non semplicemente l’allenatore. Una lotta di potere, uno scontro filosofico su quella che doveva essere la visione societaria a livello tecnico e di mercato. Ne è uscito vincitore Wilcox, che ha silurato l’allenatore con la squadra al sesto posto, a tre punti dalla quarta piazza occupata dal Liverpool e a pari punti con il Chelsea, altro club alle prese con una situazione esplosiva.
Adesso toccherà a Fletcher non bruciarsi, mentre il glorioso Manchester United viene preso a esempio di tutto quello che nel calcio di alto livello non funziona. Gli allenatori saltano, i giocatori arrivano a suon di milioni e falliscono, apparentemente privati del talento che li ha portati fin lì. Poi, una volta ceduti, rifioriscono: basta fare uno squillo ad Antonio Conte per chiedere cosa ne pensa di Scott McTominay e Rasmus Hojlund. E chissà che non ne arrivino altri, in Italia, per fuggire da una situazione in cui stanno fallendo tutti.
Era il 2018 quando José Mourinho, in una conferenza stampa trasformata in un monologo, dopo l’eliminazione dalla Champions League per mano del Siviglia, si lanciò nella teorizzazione di uno dei motivi per cui lo United stava facendo così fatica, insistendo sul concetto di «football heritage»: per costruire una sorta di patrimonio calcistico serve tempo, senza di quello le vittorie non possono arrivare. Era parso a tutti uno show autoassolutorio, disciplina nella quale il portoghese è da sempre un maestro. Eppure, otto anni dopo, forse è il caso di dargli ragione.
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