Dalle temperature estreme ai costi della crisi climatica sui corpi e sull’economia. Prima che il caldo diventi un ricordo vale la pena mettere in fila i record di questa stagione per chiarire che non abbiamo vissuto soltanto una sfortunata successione di eventi meteorologici estremi: l’uso dei combustibili fossili ha contribuito a rendere questi fenomeni più intensi e probabili
La fine dell'estate, di questa estate, è accompagnata soprattutto da una sensazione di sollievo: con l’autunno i nostri corpi avranno finalmente una tregua dal caldo. Niente più ventilatori, aria condizionata – per chi ce l’ha e può permettersela – e niente più notti insonni. La crisi climatica non finisce con il cambio di stagione, ma il fresco delle prossime settimane rischia di farci dimenticare quanto sia stata estrema l’estate appena trascorsa. Prima che il caldo diventi un ricordo, vale quindi la pena mettere in fila i record di questa stagione; record che il riscaldamento globale ha contribuito a rendere più probabili e intensi.
Partiamo dalle temperature in Europa. Secondo Copernicus, quella del 2026 è stata la terza estate più calda mai registrata nel continente. Ma in Europa occidentale – area che comprende gran parte di Spagna, Francia e Italia, oltre a Belgio, Svizzera, Austria e parte delle isole britanniche – è stata la più calda in assoluto. Tra giugno e agosto la temperatura media ha raggiunto i 21,69 °C, 2,54 °C in più rispetto alla media del periodo 1991-2020, superando il precedente record del 2003. Allora quell’estate appariva come un’anomalia isolata. Oggi, invece, il nuovo primato arriva al termine di una lunga sequenza di stagioni eccezionalmente calde: dal 2015, tutte le estati dell’Europa occidentale sono state più calde della media.
In Italia
Anche in Italia è caduto un record. Secondo il Cnr, quella del 2026 è stata l’estate più calda dall’inizio della serie storica analizzata, nel 1950. La temperatura media dell’aria a due metri dal suolo sull’intero territorio nazionale è stata di 24,3 °C, contro i 23,6 °C dell’estate del 2003. Ad agosto la media nazionale è salita a 25,6 °C, 3,5 °C sopra quella del trentennio 1991-2020. Ma, più ancora delle medie, a caratterizzare questi mesi è stata la persistenza del caldo.
In Europa occidentale, temperature eccezionalmente elevate si sono registrate già a maggio: le ondate di calore sono state precoci, persistenti e ravvicinate, con pochi giorni di tregua tra la fine di una e l'inizio di un'altra. In Spagna, l’Agenzia meteorologica statale ha contato 61 giorni in condizioni di ondata di calore, venti in più rispetto al precedente record del 2022.
I fattori che pesano sulla crisi climatica
Il punto è che non abbiamo vissuto soltanto una sfortunata successione di eventi meteorologici estremi: l’uso dei combustibili fossili e il conseguente riscaldamento globale hanno contribuito a rendere questi fenomeni più intensi e probabili.
Un esempio arriva da una delle analisi del World weather attribution, la rete internazionale di scienziati e scienziate che studia il ruolo del cambiamento climatico negli eventi estremi.
L’analisi ha preso in esame l’ondata di calore che ha colpito l’Europa occidentale tra il 18 e il 29 giugno. Il risultato: con il clima di cinquant’anni fa, un episodio simile sarebbe stato circa 3,5 °C meno caldo durante il giorno. Persino nel clima del 2003, temperature diurne di questa intensità sarebbero state circa dieci volte meno probabili, mentre temperature notturne come quelle registrate in quel periodo di giugno 2026 sarebbero state oltre cento volte meno probabili.
A chiudere la stagione sono arrivati i dati di agosto: è stato il mese più caldo mai registrato a livello globale, a pari merito con luglio 2023. La temperatura media dell’aria alla superficie ha raggiunto i 16,96 °C, 1,65 °C in più rispetto all’epoca preindustriale e 0,85 °C sopra la media del periodo 1991-2020.
Il caldo ha riguardato anche i mari. Ad agosto la temperatura media della superficie degli oceani, escluse le regioni polari, ha raggiunto i 21,07 °C: il valore più alto mai registrato per il mese e, a pari merito con marzo 2024, il più alto in assoluto per qualsiasi mese dell’anno. Lungo le coste atlantiche dell’Europa e nel Mediterraneo si sono registrate temperature record e diffuse ondate di calore marine. Già a fine giugno, alcune zone del Mediterraneo occidentale avevano raggiunto temperature superficiali fino a circa 6 °C sopra la media.
Al riscaldamento causato dalle emissioni di gas serra – nel 2025 quelle prodotte dalle attività umane hanno continuato a crescere – si è aggiunto, nel 2026, El Niño, un fenomeno climatico naturale del Pacifico tropicale che ha contribuito a spingere temporaneamente ancora più in alto la temperatura globale.
Caldo e scarsità di precipitazioni hanno alimentato anche la siccità. Vaste aree dell’Europa occidentale, centrale e sudorientale sono rimaste molto più secche della media e i grandi fiumi europei hanno registrato portate eccezionalmente basse. In Italia il Po ha toccato un nuovo minimo storico: a Cremona, il 30 luglio, il livello è sceso a 8,59 metri sotto lo zero idrometrico – il livello convenzionale utilizzato per misurare l’altezza del fiume – battendo di un centimetro il precedente record negativo di giugno 2022.
Il caldo e la siccità hanno creato condizioni particolarmente favorevoli agli incendi: temperature elevate, poca umidità e vegetazione secca rendono infatti più facile l’innesco e soprattutto più rapida e intensa la propagazione delle fiamme. Secondo il sistema europeo di monitoraggio degli incendi boschivi, considerando quelli superiori ai 30 ettari, al 14 settembre, nell’Unione europea, erano bruciati 666.236 ettari dall’inizio dell’anno. Il dato è inferiore a quello del 2025, l’anno peggiore della serie, ma è quasi il doppio della media degli ultimi vent’anni.
I costi economici e fisici
Tutto questo ha un costo economico. Un’analisi di Triodos Bank stima che gli eventi meteorologici estremi di quest’estate potrebbero ridurre il Pil dell’Unione europea di circa l’1 per cento nel 2026, l’equivalente di circa 180 miliardi di euro. Non si tratta della conta dei danni già avvenuti, ma di una stima di quanto caldo e siccità possano pesare sull’economia, riducendo la produttività del lavoro, danneggiando i raccolti e creando problemi alla produzione di energia e ai trasporti.
Infine c’è il prezzo pagato dai corpi. Tra il 22 e il 28 giugno, nel pieno di una delle ondate di calore che ha colpito l’Europa, la stessa presa in esame dal World weather attribution, EuroMomo – ente che monitora settimanalmente la mortalità confrontando i decessi osservati con quelli attesi – ha registrato circa 10.650 morti in eccesso in 27 paesi europei, oltre 9 mila tra le persone con almeno 65 anni. Il dato non significa che tutte le morti siano state provocate direttamente dal caldo, ma i ricercatori hanno indicato nelle temperature estreme la principale spiegazione dell’impennata, anche perché nelle settimane precedenti la mortalità era rimasta sotto la media.
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