La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran irrompe nel Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, riportando al centro una fragilità ormai nota dell’Unione europea: un sistema energetico ancora troppo basato sull’importazione di combustibili fossili. Di fronte all’aumento del prezzo del gas, alcuni governi – tra cui quello italiano – hanno puntato il dito sull’Ets (Emission trading system), il sistema europeo di scambio delle emissioni, sostenendo che il prezzo della CO₂ renda l’energia più cara. Il Consiglio europeo cercherà di sciogliere i nodi della questione e di dettare la linea politica per le future decisioni in materia. Da Bruxelles, intanto, la risposta si muove su due livelli.

In una lettera inviata il 16 marzo ai leader Ue proprio in vista del Consiglio, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, da un lato, ha aperto alla possibilità di misure straordinarie per contenere i costi energetici, tra cui un allentamento delle regole sugli aiuti di Stato e un possibile tetto al prezzo del gas, strumenti già utilizzati dopo la crisi del 2022. Dall’altro, ha escluso una sospensione del sistema Ets, definendolo uno strumento «collaudato» e fondamentale non solo per la politica climatica ma anche per la sicurezza energetica: senza Ets, ha sottolineato, l’Europa consumerebbe molto più gas.

Von der Leyen ha annunciato un’accelerazione della revisione, prevista entro la metà del 2026. L’obiettivo, ha aggiunto la presidente, è anche quello di definire una traiettoria di decarbonizzazione oltre il 2030 «più realistica».

Il commissario al Clima Wopke Hoekstra ha chiarito che già nelle prossime settimane Bruxelles potrebbe intervenire su alcuni meccanismi tecnici – dalla riserva di stabilità (che regola la quantità di quote sul mercato) ai benchmark (che determinano le assegnazioni gratuite) – per contenere la volatilità dei prezzi senza intaccare l’impianto del sistema.

La posizione italiana

Il sistema Ets, in vigore dal 2005, è considerato da molti il pilastro economico della strategia climatica europea. Si basa sul principio “chi inquina paga”: l’Ue stabilisce un tetto alle emissioni dei settori più inquinanti e assegna quote di CO₂ alle aziende. Chi supera il limite deve acquistarle, mentre chi emette meno può venderle. Il tetto si riduce nel tempo, rendendo progressivamente più costoso inquinare e incentivando gli investimenti nelle tecnologie pulite. Nei settori coperti, le emissioni sono già diminuite di circa il 50 per cento rispetto al 2005.

Inoltre, secondo un’analisi del think tank Ember, agli attuali livelli il costo del carbonio (l’Ets) pesa al massimo per il 10 per cento della bolletta elettrica media europea: molto meno dell’impatto del gas. Ed è proprio il diverso grado di dipendenza da questa fonte a dettare le agende politiche dei Paesi membri.

L’Italia, dove il gas – sempre secondo Ember – ha influenzato il prezzo dell’elettricità in quasi il 90 per cento delle ore dall’inizio del 2026, guida il fronte di chi chiede una sospensione urgente del sistema per contrastare i rincari. Al polo opposto si colloca la Spagna, dove l’incidenza del gas si è fermata al 15 per cento delle ore, dimostrando come una maggiore diffusione delle rinnovabili consenta di contenere i prezzi senza smantellare i meccanismi di protezione climatica.

Dunque, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni propone una sospensione, almeno temporanea, dell’Ets per la produzione elettrica da fonti fossili, insieme a un pacchetto di misure che include il rimborso dei costi del carbonio alle centrali a gas, la proroga delle quote gratuite per le industrie energivore e un tetto al prezzo delle quote.

Il governo spagnolo, invece, sostenuto anche da altri Stati membri – Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Svezia e Paesi Bassi – chiede di non smantellare il meccanismo dell’Ets.

In un documento congiunto, i Paesi favorevoli alla misura avvertono che sospendere o modificare profondamente il sistema sarebbe «un passo indietro molto preoccupante», perché indebolirebbe il segnale del prezzo del carbonio su cui si basano gli investimenti. Il rischio, scrivono, è quello di «distorcere le condizioni di parità», penalizzare le aziende che hanno già investito nella decarbonizzazione e rallentare la trasformazione industriale europea. Il nodo è la stabilità: senza un quadro regolatorio prevedibile, sostengono, sarà difficile mobilitare capitali verso le tecnologie pulite.

Per ora la Commissione europea sembra collocarsi sulla linea dei Paesi favorevoli al mantenimento dell’Ets, lasciando però spazio ad aggiustamenti mirati del sistema. Sarà il Consiglio europeo a orientarne la direzione politica. Una cosa è certa: la transizione, come dimostra la guerra in Medio Oriente, è anche l’unico strumento per proteggere le economie dai rincari energetici innescati dalle crisi internazionali.

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