L’incertezza sui crediti d’imposta di Transizione 4.0 e 5.0, prima il taglio delle risorse poi l’annuncio del ripristino, e il rinvio al 2038 della chiusura delle centrali a carbone sono decisioni diverse ma legate da un filo comune: suggeriscono una risposta al caro energia che guarda al passato e aumentano il rischio di investimento per le imprese.

Centrali a carbone

La scelta di estendere la vita delle centrali a carbone è motivata dalla volontà di mantenere disponibile la poca potenza a carbone in caso di interruzioni di forniture gas o di prezzi non sostenibili, come nel 2022. Tuttavia, con appena l’1 per cento nel 2025, la produzione elettrica da carbone in Italia è marginale, e in costante calo.

Tutti gli impianti della penisola – Civitavecchia e Brindisi – sono già fermi dal 2025, quelli sardi operano principalmente per vincoli amministrativi, non per convenienza economica. Estendere la data di chiusura non produrrà effetti concreti sui prezzi dell’energia. Anche perché il costo dell’elettricità dipende dal ruolo del gas nella formazione del prezzo e dalle regole del mercato europeo, non da un allungamento della vita del carbone.

Transizione 4.0 e 5.0

Più rilevanti sono le indecisioni su Transizione 4.0 e 5.0 perché colpiscono strumenti che hanno sostenuto gli investimenti in innovazione, soprattutto nella manifattura, uno dei comparti più esposti al caro energia. Un rapporto del ministero dell’Economia e della Banca d’Italia del 2024 documenta che Transizione 4.0 ha catalizzato circa 29 miliardi di euro di crediti d’imposta, oltre il 60 per cento dei quali concentrati proprio nella manifattura.

Annunciare interventi su questi incentivi a investimenti già avviati, salvo poi ripensarci, introduce un elemento di riduzione del valore e di forte incertezza. La stabilità delle regole è infatti un prerequisito per la pianificazione di lungo periodo di imprese e investitori.

Ridurre la vulnerabilità dell’Italia – che deriva dalla forte dipendenza da combustibili fossili – richiede, al contrario, investimenti consistenti e continuativi. Secondo stime convergenti, all’Italia servirebbero fino a 135 miliardi di euro di investimenti annui per la transizione energetica, pari a circa il 30 per cento degli investimenti fissi lordi complessivi del Paese.

Con i limiti imposti dal Patto di stabilità europeo, oggi, solo una frazione di questo fabbisogno può essere coperta dal bilancio pubblico. Quindi, da un lato, sarebbe opportuno considerare l’adozione di una regola che permetta di considerare la spesa in transizione come investimento per la competitività e non come un costo da comprimere. Dall’altro, la finanza pubblica non può sostituirsi al mercato ma può agire da leva, attraverso crediti d’imposta, garanzie e incentivi fiscali che abbassano il costo del rischio e orientano il capitale privato nella direzione desiderata.

Politiche stabili e coerenti

Il potenziale di mobilitazione esiste: l’Italia dispone di circa 14mila miliardi di euro di attività finanziarie, oltre sette volte il Pil. Ma affinché questo capitale possa essere riorientato verso investimenti produttivi servono politiche pubbliche stabili e coerenti nel tempo. Cercare a tagliare retroattivamente strumenti che hanno funzionato manda il segnale opposto a chi quella stabilità la sta cercando.

Sul piano dei prezzi, l’intervento immediato più significativo sarebbe un alleggerimento del carico fiscale e degli oneri in bolletta per famiglie e imprese, usufruendo delle entrate del meccanismo Ets, dell’extragettito Iva dovuto all’aumento dei prezzi energetici e i dividendi delle partecipate pubbliche. Un tesoretto che vale circa dieci miliardi.
Accanto alla fiscalità, sarà necessaria una riduzione dell’influenza del gas nella formazione del prezzo dell’elettricità. A livello strutturale, la protezione più concreta dalle crisi dovute alla fluttuazione dei prezzi del gas deriva dallo sviluppo delle rinnovabili a un ritmo adeguato, attraverso procedure autorizzative rapide, certezza nella programmazione delle aste e contratti di lungo termine affidabili.

Per rendere l’Italia meno esposta alle crisi energetiche, non possiamo gestire l’emergenza con strumenti del passato, ma serve costruire un quadro stabile di politiche fiscali, di mercato e di investimento che riduca alla radice la dipendenza da fonti costose e volatili. È su questa coerenza, più che su singole misure, che si gioca la credibilità della risposta del governo al caro energia.

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