Nel Sud del Libano, dove si concentra gran parte delle operazioni militari, la guerra non uccide soltanto le persone. Ma contamina i suoli, penetra nei terreni, nelle radici degli ulivi e nelle falde acquifere. A dirlo è una prima campagna di analisi condotta da Source International, Amel Association International e Amel Italia sui terreni dei distretti di Nabatieh e Marjaayoun, al confine con Israele.

Tra agosto e novembre 2025, il monitoraggio ha analizzato 40 campioni di suolo, intervistato 122 agricoltori e raccolto testimonianze attraverso focus group. I risultati, pubblicati in un report, mostrano come anni di conflitto abbiano contaminato la terra, con possibili conseguenze sulla salute e sulla sicurezza alimentare della popolazione.

Secondo i dati riportati dalle organizzazioni firmatarie dell’analisi, nel solo distretto di Nabatieh sono stati registrati oltre 8.500 attacchi, tra bombardamenti e raid aerei, e 247 episodi sospetti di uso di fosforo bianco fino a novembre 2024. Il fosforo bianco è una sostanza incendiaria soggetta a forti restrizioni quando usata in aree civili.

La contaminazione della terra

La contaminazione dei suoli riguarda campi coltivati, orti familiari, terreni vicini alle case: spazi da cui dipendono reddito, alimentazione e vita quotidiana. Il lavoro di analisi ha confrontato i dati raccolti nel 2025 con campioni storici prelevati nella stessa area nel 2001, riscontrando un aumento statisticamente significativo di alcuni metalli pesanti associati all’uso di munizioni ed esplosioni.

Le concentrazioni mediane di antimonio sono cresciute di 3,6 volte, quelle di zinco di 2,6 volte, quelle di rame di 2,5 volte e quelle di piombo di 1,5 volte. Si tratta di elementi considerati impronte tipiche delle attività militari, perché presenti in proiettili, bossoli, frammenti di ordigni e altri materiali bellici, e che destano preoccupazione per la loro tossicità e per i possibili effetti sulla salute umana e sugli ecosistemi.

Anche se l’aumento medio della contaminazione su scala regionale viene definito moderato, il quadro cambia negli hotspot, cioè nei punti in cui la contaminazione è più elevata e concentrata. Il caso più critico è Houla, un villaggio del distretto di Marjaayoun vicino al confine con Israele: qui l’antimonio è risultato circa 500 volte superiore alla mediana del 2001. Secondo Flaviano Bianchini, direttore di Source International e coordinatore scientifico del progetto, il lascito dell’inquinamento nei terreni «andrà avanti per decine di anni».

Il fosforo bianco

Uno degli elementi più discussi del conflitto nel Sud del Libano è stato l’uso del fosforo bianco. Il monitoraggio non ha trovato prove sostanziali di contaminazione del suolo univocamente collegata a questa sostanza, ma nel report viene precisato che questo risultato può dipendere anche dal tempo trascorso tra gli attacchi e il campionamento: i residui di fosforo tendono infatti a ossidarsi e degradarsi rapidamente.

L’assenza di una prova chimica persistente non riduce comunque la portata dell’impatto ambientale associato alle munizioni incendiarie. Gli incendi hanno devastato oltre 2.200 ettari di boschi e terreni agricoli. Tra gli agricoltori direttamente colpiti, l’88 per cento ha riportato danni o perdite di ulivi, reddito e cultura anche di questa regione del Mediterraneo, e il 25 per cento ha dichiarato che la vegetazione non riesce a rigenerarsi dopo i roghi.

A questo si aggiunge il rischio degli ordigni inesplosi. La possibile presenza di bombe e munizioni non detonate rappresenta un ostacolo concreto al ritorno alla terra. Secondo il monitoraggio, l’81 per cento degli agricoltori non ha ricevuto alcuna valutazione ufficiale sulla sicurezza dei campi. Senza queste verifiche, coltivare resta troppo pericoloso e molti terreni rimangono inutilizzabili. Le organizzazioni chiedono che il risanamento ambientale diventi parte integrante di qualsiasi piano di ricostruzione post-conflitto.

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