Le grandi aziende farmaceutiche ricavano dalla biodiversità molecole e dati genetici utili per sviluppare medicinali, ma non versano nulla al fondo delle Nazioni unite istituito per finanziare la tutela della natura con una parte dei loro guadagni. Si chiama Fondo Cali ed è stato creato per raccogliere i contributi delle imprese che utilizzano le informazioni genetiche degli organismi viventi.

Finora, però, ha ricevuto meno di 10mila dollari e nessun versamento è arrivato dalle multinazionali del farmaco. Nel frattempo, come ricostruisce una recente inchiesta della testata investigativa DeSmog, le associazioni che rappresentano il settore farmaceutico hanno cercato di indebolire le regole del fondo.

Un’analisi di Zero carbon analytics (Zca), gruppo internazionale che si occupa di questioni ambientali, ha quantificato quanto costerebbe alle maggiori aziende farmaceutiche contribuire al Fondo Cali. Nel 2025 le quindici maggiori imprese del farmaco per fatturato hanno registrato complessivamente 161 miliardi di dollari di utili.

Nello stesso anno hanno distribuito agli azionisti 133 miliardi di dollari, una cifra equivalente a oltre l’80 per cento degli utili. Se avessero contribuito al Fondo Cali secondo le percentuali proposte dalle Nazioni unite, avrebbero versato complessivamente 756 milioni di dollari: meno dello 0,5 per cento degli utili e una cifra 175 volte inferiore a quella destinata agli azionisti. Nessuna delle quindici aziende ha effettuato versamenti, che restano volontari.

L’idea alla base

Il fondo è stato istituito nel 2024 alla Cop16, la sedicesima conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità, a Cali, in Colombia, e lanciato nel febbraio 2025 a Roma, durante la ripresa dei lavori dello stesso vertice. L’obiettivo è raccogliere contributi dalle imprese che utilizzano a fini commerciali le informazioni digitali sulle sequenze genetiche di piante, animali, funghi e microrganismi, note come Dsi (Digital sequence information). Alle grandi aziende viene chiesto di versare l’1 per cento degli utili o lo 0,1 per cento del fatturato. Si tratta però di percentuali indicative, non obbligatorie: ogni impresa può decidere se contribuire.

Il fondo nasce per affrontare un problema legato all’evoluzione della ricerca farmaceutica, che utilizza sempre più spesso sequenze genetiche conservate in banche dati digitali, generalmente accessibili gratuitamente. Un laboratorio può studiare il genoma di un organismo senza doverlo prelevare in natura, nel paese in cui vive. Questo facilita la ricerca scientifica, ma rende più difficile garantire che una parte dei guadagni ottenuti grazie a quelle informazioni torni ai territori da cui provengono.

Il Protocollo di Nagoya, adottato nel 2010 alla Cop10 sulla biodiversità, stabilisce già che i benefici derivanti dall’utilizzo delle risorse genetiche debbano essere condivisi con i paesi da cui provengono e, dove previsto, con le comunità indigene e locali. Ma applicare queste regole alle informazioni genetiche conservate nelle banche dati digitali è più complicato. Il Fondo Cali nasce per colmare questa lacuna.

Le modifiche richieste

Al 26 ottobre 2026, secondo il bollettino dei negoziati in corso alla Cop17, il fondo aveva ricevuto appena 8.990 dollari. Nessun versamento dalle grandi aziende farmaceutiche. Nel frattempo, come ricostruisce l’inchiesta di DeSmog, le associazioni di categoria cercano di modificare le regole concordate nel 2024. La testata ha esaminato 22 documenti presentati da 14 organizzazioni imprenditoriali durante le consultazioni avviate dall’Onu per definire il funzionamento del fondo. Tra le più critiche c’è la Federazione internazionale delle aziende e associazioni farmaceutiche (Ifpma), che rappresenta gran parte dei principali gruppi del settore.

La federazione ha chiesto un «ripensamento radicale» del meccanismo, definendo le percentuali proposte «commercialmente irrealistiche». Secondo l’Ifpma, le aziende dovrebbero essere libere non solo di scegliere se contribuire, come già avviene, ma anche di decidere quanto versare. Chiede inoltre che i contributi al Fondo Cali sostituiscano gli eventuali pagamenti previsti dalle leggi nazionali per l’utilizzo delle informazioni genetiche, così da evitare che le imprese debbano pagare più volte.

Sul calcolo dei contributi l’Ifpma obietta che una percentuale sul fatturato o sugli utili non distingue quanta parte del guadagno dipenda davvero dalle sequenze genetiche. Il meccanismo, aggiunge, rischia di scoraggiare la cooperazione scientifica e di rallentare lo sviluppo di nuovi farmaci. A DeSmog la federazione ha spiegato che le aziende contribuiscono poco per le incertezze sulle regole del fondo, non per scarsa attenzione alla biodiversità.

Le pressioni per limitare i contributi al Fondo Cali non sono nuove. Già alla Cop16, ricostruisce DeSmog, le associazioni dei settori farmaceutico, biotecnologico e agricolo si erano opposte alla proposta dei paesi del Sud globale di rendere obbligatori i versamenti. Gsk, multinazionale britannica, aveva definito il meccanismo sproporzionato, sostenendo che avrebbe potuto ostacolare lo sviluppo di farmaci e vaccini. Oggi l’azienda dichiara di condividere gli obiettivi del Fondo Cali, ma rimanda ogni decisione sui versamenti a quando saranno chiariti i rapporti con le normative nazionali e internazionali. Il coordinamento tra le diverse regole è una delle questioni ancora aperte nei negoziati della Cop17, in corso a Yerevan, in Armenia, fino al 30 ottobre.

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