«È paradossale: siamo tra i maggiori importatori europei, ma la tracciabilità resta un buco nero e nessuno vigila sul fatto che la normativa comunitaria applicabile dal 2021 per contrastare i cosiddetti “metalli e minerali provenienti da zone di conflitto” venga applicata», spiegano dall’associazione ambientalista. Ma il ministero di Urso giustifica così i ritardi nei controlli: «Impedimenti di natura amministrativa»
L’Italia è la porta di ingresso in Europa per l’oro proveniente da aree del mondo ad alto rischio. Nel nostro paese non viene effettuato nessun controllo, secondo quanto sostiene l’organizzazione ambientalista Greenpeace nel suo nuovo studio “Corsa all’oro illegale”.
Nel 2025, l’Italia è stato infatti il primo importatore di oro prodotto al di fuori dell’Unione Europea, per un totale di 148 tonnellate. Più di cinque lingotti su dieci arrivano così da paesi dove la tracciabilità è debole e in molti casi quasi inesistente.
«È una situazione paradossale: siamo tra i maggiori importatori europei, ma la tracciabilità resta un buco nero e nessuno vigila sul fatto che la normativa comunitaria creata nel 2017 e applicabile dal 2021 per contrastare i cosiddetti “metalli e minerali provenienti da zone di conflitto” venga applicata», spiega Martina Borghi, campaigner Foreste di Greenpeace Italia.
Nel frattempo, la domanda europea dal mondo continua a crescere: le importazioni di oro sono cresciute del 26% dal 2023 al 2025. Si tratta di un totale di 1.633 tonnellate negli ultimi cinque anni, per un giro d’affari di 81,2 miliardi di euro.
Italia inadempiente, Europa in ritardo
Dal 2021, i paesi dell’Ue hanno l’obbligo di effettuare controlli lungo tutta la catena di approvvigionamento dell’oro e degli altri metalli. Il regolamento europeo sulla cosiddetta due diligence prevede infatti che ogni azienda che importa più di 100 kg di oro l'anno debba verificarne l’origine e controllare i propri fornitori. A vigilare sul loro operato, i governi dovrebbero designare delle autorità nazionali competenti.
Ma, secondo l’Unità Investigativa di Greenpeace, l’Italia sarebbe rimasta ferma al palo. Greenpeace ha infatti ottenuto documenti interni al ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) grazie a una richiesta di accesso agli atti. Li ha analizzati. Risultato: zero sanzioni e zero ispezioni.
Interpellato dall’organizzazione ambientalista, il ministero ha risposto che l’avvio «non è ancora avvenuto a causa di impedimenti meramente amministrativi». «E questo potrebbe dare margine per richiedere una procedura di infrazione», dice Borghi. Domani ha contattato il ministero per ulteriori chiarimenti, ma, al momento della pubblicazione, non aveva ancora ricevuto alcuna risposta.
Siamo dunque ben lontani dagli standard di altri paesi europei. La Germania, ad esempio, pubblica un report annuale sui controlli effettuati. Ma è la stessa Ue a essere in ritardo. Il regolamento prevede infatti la creazione di una vera e propria whitelist, ovvero un elenco di impianti di fusione e raffinazione che rispettino elevati standard di trasparenza. Lavorando con un fornitore presente nella lista, le aziende non sono così obbligate a far controllare la propria filiera da osservatori esterni indipendenti, contribuendo quindi a sburocratizzare notevolmente il processo.
Ma è la stessa Commissione europea a confermare alla Ong che la whitelist non è stata istituita e che i prossimi passi sono ancora in fase di discussione con le autorità degli Stati membri.
Brasile, Svizzera ed Emirati sono i nodi critici
Uno dei paesi di origine più critici rimane il Brasile, dove a fine settembre, l’attività illegale di estrazione aveva già consumato quasi un migliaio di chilometri quadrati di aree protette.
In molti paesi, il commercio con il gigante sudamericano è crollato a partire dal 2023 a seguito di diverse inchieste internazionali. Al momento l’Italia è ancora il secondo stato europeo per importazioni da questo mercato a rischio: 194 [MB2] chili per 19,8 milioni di euro nel corso dell’ultimo anno. Siamo comunque molto lontani dalla Germania, che ne importa ancora ben 1,5 tonnellate.
Gli altri mercati posti sotto osservazione da Greenpeace in quanto opachi sono gli Emirati Arabi Uniti e la Svizzera, da cui l’Italia ha importato rispettivamente 25 e 31 tonnellate.
Secondo la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), la Svizzera è responsabile del 30-40% delle importazioni mondiali di oro, e svolge quindi un ruolo fondamentale nelle catene del valore globali. Gli emirati sono invece un importante polo commerciale.
Entrambi sono leader nel commercio dell’oro riciclato, ovvero quello recuperato da gioielli usati, scarti industriali o componenti elettronici, poi rifuso e reimmesso sul mercato. Greenpeace sottolinea però come questa pratica faccia perdere ogni possibilità di tracciarne la sua origine, e diventa difficile distinguere tra materiale riciclato e scarti di oro grezzo. «Una volta classificati come "riciclati", l'origine dell'oro tende a scomparire dalla documentazione e dalla tracciabilità della filiera», spiega Borghi a Domani. «Di conseguenza, l'impatto ambientale associato all'estrazione può risultare sottostimato».
Greenpeace ritiene che anche la normativa europea dovrebbe essere aggiornata con margini più stringenti, dato che grandi hub internazionali del commercio e della raffinazione, come gli Emirati Arabi Uniti o la Svizzera, non sono oggetto di particolari obblighi. «Ma, se almeno si iniziasse almeno a implementarla, sarebbe comunque un grosso passo in avanti», conclude Borghi.
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