Per la prima volta mostriamo tutti i dati georeferenziati a livello globale tra aree protette e licenze per lo sfruttamento di risorse fossili, associandole ai nomi delle aziende responsabili. Una mole di dati considerevole: oltre 15mila concessioni in 132 paesi. In testa alla classifica delle compagnie fossili a cui sono riconducibili le sovrapposizioni più vaste c’è l’indonesiana Pertamina. Eni è al nono posto, con 50 licenze sovrapposte a 85 aree protette in 13 Paesi. Un’inchiesta giornalistica condotta dall’Environmental Investigative Forum in partnership con lo European Investigative Collaborations e con decine di testate internazionali, tra cui Domani
Analisi dei dati: Leopold Salzenstein, Alexandre Brutelle (Environmental Investigative Forum), Dafni Karavola (Reporters United) e Yann Philippin (Mediapart)
Nel cuore del Golfo Persico, a circa un centinaio di chilometri dai grattacieli di Abu Dhabi, si estende un arcipelago di una dozzina di isole circondate da barriere coralline e punteggiate di foreste di mangrovie. Quest’area ospita la seconda colonia più grande al mondo di dugonghi (un mammifero marino a rischio estinzione), oltre a tartarughe marine, uccelli migratori e centinaia di specie di pesci. Per le sue peculiarità climatiche e biologiche questo arcipelago è considerato un vero e proprio laboratorio a cielo aperto per la ricerca sulla crisi climatica.
Qui, nel 2001, è stata istituita l’area marina protetta di Marawah, riconosciuta dal 2007 anche dall’Unesco come riserva della biosfera. È la più vasta area protetta degli Emirati: 4,225 km², grande all’incirca come la Lombardia.
L’accesso a questa zona è strettamente regolamentato, consentito solo tramite permessi speciali, spesso riservati a scopi scientifici, di studio. Fanno eccezione, a quanto pare, le trivelle offshore per la ricerca di gas, la cui lunga ombra incombe su questo delicato ecosistema.
Il 44 per cento della riserva, infatti, fa parte di una concessione per l’estrazione di gas, di cui Eni ha acquisito il 70 per cento delle quote nel 2020, ponendosi alla guida di un consorzio che include una controllata della compagnia thailandese Pttep, proprietaria del restante 30 per cento delle quote.
L'estrazione di gas a fini commerciali non è ancora iniziata, ma l’esplorazione per nuovi pozzi è già in fase avanzata, con Eni che nel 2022 ha annunciato di aver scoperto un importante giacimento. La riserva marina di Marawah rischia dunque di essere presto sacrificata in favore degli obiettivi emiratini di autosufficienza energetica per il 2030.
Quello di Marawah non è un caso isolato: a livello globale due licenze estrattive su dieci si sovrappongono direttamente ad una o più aree protette. La superficie complessivamente a rischio è vasta poco più della Francia (due volte e mezza l’Italia) e riguarda 7.000 aree protette.
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Le top 10
“Fueling Ecocide”, un’inchiesta esclusiva, condotta dall’Environmental Investigative Forum in partnership con lo European Investigative Collaborations e con decine di testate internazionali, tra cui Domani, ha incrociato per la prima volta tutti i dati georeferenziati a livello globale tra aree protette e licenze per lo sfruttamento di risorse fossili, associandole ai nomi delle aziende responsabili. Una mole di dati considerevole: oltre 15mila concessioni in 132 Paesi.
In testa alla classifica delle compagnie fossili a cui sono riconducibili le sovrapposizioni più vaste, c’è l’indonesiana Pertamina con 20 mega concessioni sovrapposte a 47 aree protette. Eni si colloca al nono posto, con 50 licenze sovrapposte a 85 aree protette in 13 Paesi. Tra le compagnie, ci sono altri nomi noti, come l’anglo olandese Shell e le francesi Perenco e Total (rispettivamente al terzo, quinto e settimo posto).
A rischio ci sono aree cruciali per il futuro del clima, come le foreste pluviali in Amazzonia, nel bacino del Congo e nel Borneo. Secondo un’analisi di Earth Insight, il 13 per cento delle foreste tropicali umide incontaminate, si sovrappone a concessioni estrattive.
Stando ai dati dell’inchiesta, a sovrapporsi alle licenze per petrolio e gas non sono solo aree protette a livello nazionale, ma anche zone di rilevanza internazionale - circa il 13 per cento del totale - tutelate da convenzioni come Ramsar e Unesco. Circa il 46 per cento delle aree rientra inoltre in una delle categorie di Iucn, la classificazione elaborata dall’Unione internazionale per la conservazione della natura che stabilisce gli standard globali per la tutela della biodiversità, dal divieto assoluto di attività umane (categoria I) alla gestione sostenibile delle risorse (categoria VI).
«Una cosa è designare un’area protetta, un’altra è garantirne davvero la protezione», spiega Stephen Woodley, ecologista e consulente per Iucn. Gli Stati membri dell’organizzazione – oggi 92, tra cui l’Italia – hanno approvato una risoluzione che li impegna a non autorizzare attività estrattive nelle aree tutelate, ma si tratta di un impegno politico, non giuridico. «Se i Paesi rispettassero davvero ciò che hanno sottoscritto, la sola presenza di una licenza non costituirebbe un problema», osserva Woodley. «Ma il rilascio della concessione apre comunque una breccia: una volta aperta è difficile richiuderla».
Ad oggi le aree protette a vario titolo in tutto il mondo coprono il 17,6 per cento delle terre e delle acque interne e l'8,4 per cento degli oceani e delle aree costiere. Nel 2020 le Nazioni Unite hanno lanciato un obiettivo ambizioso: 30x30, ossia arrivare a proteggere almeno il 30 per cento delle terre e dei mari del pianeta entro il 2030.
È il paradosso della crisi climatica: sulla carta il pianeta diventa ogni anno più protetto, ma nel sottosuolo continua a essere perforato. «Il valore stesso delle compagnie petrolifere - spiega Antonio Tricarico di ReCommon - si basa sulla capacità di garantire asset futuri di produzione. Questa logica di crescita è intrinsecamente incompatibile con la transizione ecologica». Ed è alla base del fenomeno dei “paper parks”, aree designate sulla carta che però mancano di una protezione effettiva.
Le conseguenze sono globali. I siti Patrimonio dell’Umanità – come spiega a Domani un portavoce dell’Unesco – coprono appena l’1 per cento della superficie terrestre, ma custodiscono un quinto della biodiversità mondiale. La loro distruzione mette a rischio gli obiettivi globali sulla natura e infligge danni permanenti a ecosistemi, comunità ed economie.
Il problema, aggiunge Tricarico, è che «l’applicazione del diritto ambientale internazionale resta debole: la responsabilità ricade sui singoli Stati, e la comunità globale non dispone di strumenti sanzionatori efficaci». Le imprese, spesso attive in contesti dove la governance è fragile e i controlli inesistenti, possono evadere facilmente le proprie responsabilità ambientali.
Per arginare l’inazione degli Stati, organizzazioni come l’Unesco cercano di coinvolgere direttamente anche il settore privato. Sulla carta, diverse compagnie del fossile – tra cui Eni – hanno aderito a una “No Go Policy” che vieta operazioni nei siti Patrimonio dell’Umanità.
I dati di Eni
Negli ultimi anni anche l’Unione europea ha cercato di rendere più stringenti gli obblighi di rendicontazione delle grandi multinazionali su aspetti ambientali, sociali e di governance, ma le falle sono ancora molte. Mancano standard unici e una verifica indipendente dei dati (che a differenza delle performance finanziarie non sono sottoposti agli stessi rigidi controlli). Di fatto, i report di sostenibilità hanno come obiettivo il miglioramento della reputazione dell’azienda o l’attrazione di capitali, più che la trasformazione del modello di business.
Tra i dati dell’inchiesta e il report annuale di Eni del 2024, ad esempio, le discrepanze sono molte. Eni autodenuncia in tutto 32 sovrapposizioni tra licenze e aree protette in 6 Paesi, meno della metà rispetto ai dati in possesso di Domani.
Della riserva di Marawah, o dell’Oman, dove Eni ha siglato un contratto di esplorazione per due giacimenti, uno dei quali si sovrappone quasi interamente alla riserva marina del Mar Arabico per una superficie grande due volte la Sicilia, non si fa nessuna menzione. E nemmeno si trova traccia, nel report di Eni, dell’Indonesia, del Congo, dove l’azienda italiana opera importanti licenze offshore.
Alle richieste di chiarimenti da parte di Domani, Eni ha risposto che l’origine delle discrepanze è da ricercare nel fatto che Eni «non considera in sovrapposizione l’intera estensione di una licenza quando gli asset operativi non ricadono effettivamente nell’area di intersezione con un’area protetta». In pratica, Eni conteggia le sovrapposizioni solo quando specifiche infrastrutture (pozzi, impianti offshore o oleodotti) ricadono nel perimetro dell’area protetta. Eni inoltre esclude completamente dal conteggio le licenze esplorative.
È difficile però pensare che un pozzo estrattivo, situato a pochi chilometri dal confine di un’area protetta, non abbia alcuna ripercussione su un ecosistema così delicato. Così come va ricordato anche che le licenze estrattive prevedono già la realizzazione di imponenti infrastrutture
Nelle sue risposte a Domani Eni ammette poi implicitamente la poca trasparenza - o quantomeno il livello insufficiente di dettaglio - dei propri report nei quali non si trova traccia dell’impatto causato dalla singole concessioni: «Gli Esrs ( European Sustainability Reporting Standards) - scrive Eni - prevedono la comunicazione di informazioni a livello aggregato (...). Questo significa che la rendicontazione non richiede la descrizione di ogni singolo asset o concessione, ma la rappresentazione complessiva delle politiche, azioni e risultati connessi alla gestione della biodiversità e degli ecosistemi».
In Italia, dove l’estensione delle concessioni che ricadono su aree tutelate supera quella del Comune di Roma – e Eni è responsabile di circa la metà dei casi – i conflitti tra tutela ambientale e industria fossile trovano qualche argine nei tribunali. È accaduto con il progetto Teodorico, bloccato dal Tar per la presenza di un’area marina protetta nell’Alto Adriatico. Ma altrove le eccezioni diventano la norma: in Basilicata, il più grande giacimento onshore d’Europa continua a operare dentro il Parco nazionale dell’Appennino Lucano, grazie a un emendamento su misura che consente le estrazioni anche nei parchi.
Nel Sud globale, dove si concentra l’espansione delle licenze fossili, la sproporzione di potere è ancora più evidente. «Se un Paese autorizza le attività estrattive, non esistono sanzioni internazionali. Spetterebbe alla società civile locale intervenire, promuovere azioni e ricorsi. Ma la mancanza di risorse e i rischi per la sicurezza spesso rendono impossibile farlo», osserva Tyson Miller, di Earth Insight.
A pagare il prezzo della distruzione delle aree protette – essenziali non solo per la biodiversità, ma anche per la cattura del carbonio – sarà però il clima dell’intero pianeta. Ogni concessione sovrapposta a una riserva, da Marawah al Congo, rappresenta un doppio colpo inferto a quegli ecosistemi che dovrebbero difenderci dagli effetti stessi della corsa ai combustibili fossili.
Questa inchiesta fa parte della serie “Fueling Ecocide” di EIF, consorzio globale di giornalismo ambientale di inchiesta, in partnership con il network European Investigative Collaborations e i loro partner Daraj, InfoAmazonia, InfoCongo, Der Standard e The Bureau of Investigative Journalism.
Questa inchiesta è stata supportata da Journalismfund Europe e da IJ4EU (Investigative Journalism for Europe).
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