L’ondata di calore che sta attraversando l’Italia sta mettendo a dura prova gli agricoltori del bacino del Po. «Siamo all’inizio della stagione irrigua e come si può vedere il mais è già in sofferenza», racconta Rossano Remagni Buoli di Gussola, che in provincia di Cremona coltiva frumento, pomodori, bietole e zucche. Qui, il fiume ha raggiunto un livello di guardia: 8 metri al di sotto dello zero idrometrico, ovvero del riferimento adottato per misurare periodi di piena o di aridità. Secondo le elaborazioni dell’Autorità di bacino, la zona si trova già in uno stato di siccità severa.

Gli impianti per l’irrigazione che pescano direttamente dal corso d’acqua sono quindi in difficoltà. «Gli unici supporti che possiamo avere sono nelle zone dove ci sono pozzi», dice l’agricoltore. In diversi altri punti del bacino le cose vanno poco meglio: a Pontelagoscuro, in provincia di Ferrara, il Po si attesta a meno 6,7 metri, mentre a Ponte della Becca (Pavia) si è fermato al di sotto di 3,4 metri.

Da lunedì Coldiretti - principale organizzazione di rappresentanza degli agricoltori – ha iniziato a suonare l’allarme: la situazione «evidenzia ancora una volta l’urgenza della realizzazione di un Piano nazionale degli invasi», si legge in una nota. Richiesta reiterata all’agenzia Askanews anche da Andrea Tiso, presidente nazionale della Confederazione agricoltori europei Confeuro, che si è chiesto «cosa stia attendendo l’esecutivo Meloni per dare concreta attuazione a interventi ormai non più procrastinabili».

Il rischio non è da poco: Coldiretti stima che in Pianura Padana nasce quasi un terzo dell'agroalimentare Made in Italy e si concentra circa la metà dell'allevamento nazionale.

La rete degli invasi è insufficiente

Il problema risiede nella scarsità di neve che cade durante l’inverno. La Fondazione CIMA a inizio maggio ha rilevato che lo Snow Water Equivalent (SWE) - ovvero la quantità di acqua derivabile qualora la neve venisse fusa - era del 48 per cento inferiore rispetto alla media.

«Con la scomparsa dei ghiacciai, i corsi d'acqua si stanno progressivamente trasformando in grandi grondaie, che fanno defluire rapidamente la pioggia verso il mare, privi però di quel rilascio graduale e costante», spiega Alex Vantini, presidente del Veneto per l’Associazione italiana dei Consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue (ANBI). «Senza un sistema di invasi distribuiti sul territorio e lungo i bacini dei fiumi principali, l'acqua piovana, pur abbondante a inizio giugno, è già defluita in mare», aggiunge Massimo Gargano, direttore generale di ANBI.

Per invaso si intende un bacino in grado di contenere una notevole massa di acqua. Secondo una ricostruzione de Il Bo Live dell’Università di Padova si dividono in grandi dighe di competenza statale e piccoli invasi di competenza regionale. Le prime sono 532, e la regione che ne ha il maggior numero è la Lombardia, che ne detiene 77.

«Sono poche», dice a Domani Stefano Masini, professore dell’Università di Roma Tor Vergata e responsabile ambiente di Coldiretti. «Dobbiamo costruire un numero di bacini che possa consentirci almeno di realizzare una percentuale del 30 per cento di acqua invasata, noi ora tratteniamo solo il 10 per cento».

Coldiretti e ANBI chiedono da anni che venga quindi progettata una nuova rete per soddisfare i fabbisogni idrici ed energetici. Inoltre, è necessario ammodernare le infrastrutture esistenti per migliorarne la capacità di stoccaggio e la gestione delle risorse.

Necessari investimenti per almeno dieci anni

Per far fronte alla siccità, l’Italia si è dotata di un Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico (P.N.I.I.S.S.I.), che nel 2025 ha finanziato 75 progetti per circa un miliardo, fra cui alcuni volti a realizzare nuovi serbatoi per l’accumulo. Nel 2023 il governo Meloni ha inoltre istituto un Commissario straordinario per la scarsità idrica e una Cabina di regia presieduta dal ministro delle Infrastrutture.

Francesco Vincenzi, presidente di ANBI, ha apprezzato il lavoro realizzato dal commissario Nicola Dell’Acqua e dalla cabina, ma invita a non confondere l’emergenza con la pianificazione. «Dal 1976 in avanti non si è più parlato di invasi», dice a Domani. «Io mi riferisco a un piano con un lasso di tempo che non sia meno di dieci anni. Un miliardo all’anno per dieci anni».

Fra ottobre e gennaio, ANBI e Coldiretti hanno presentato 266 progetti redatti d’intesa con le regioni italiane per essere finanziati all’interno del P.N.I.I.S.S.I. Di questi, 74 riguardano la realizzazione di invasi o la manutenzione di quelli esistenti. Se dovessero essere finanziati tutti, richiederebbero oltre 7 miliardi. Vincenzi spera che almeno una decina vengano accettati. Ma quello che chiede alla politica è soprattutto continuità. «Già avere oggi decreti attuativi di oltre 800 progetti del P.N.I.I.S.S.I. è un grande risultato, però la crisi climatica la dobbiamo vedere con una visione temporale che non è quella della campagna elettorale o della durata di un governo», conclude.

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