Nella rituale comunicazione alla Camera dei deputati in vista del Consiglio europeo dei prossimi 18 e 19 giugno, la presidente Giorgia Meloni ha attaccato l’Unione europea per la revisione della sua più importante politica climatica, ovvero il Sistema di scambio di quote di emissione (Ets). «Le decisioni che prendiamo devono essere rispettate – ha detto di fronte all’Aula di Montecitorio – non possono essere rimesse in discussione» da «burocrati che non devono rendere conto a nessuno».

Il riferimento è a una bozza di documento interno firmato dal Commissario europeo per il clima Wopke Hoekstra e dalla vicepresidente esecutiva della Commissione europea Teresa Ribera che è circolata il 10 giugno, anticipando la discussione attorno ad alcune possibili novità sulla riforma dell’Ets in programma per luglio.

Nei mesi passati, il governo italiano avevo infatti chiesto una revisione profonda del meccanismo, sostenendo la necessità di ridurne la portata per diminuire i prezzi dell’energia.

Secondo le stime del Gestore dei servizi energetici, il prezzo medio della CO2 coperta dalle quote è salito da 8 euro a tonnellata nel 2015 a 73 nel 2025. Per Confindustria, rappresenta oggi un freno alla competitività europea, visto che altri paesi – come Cina e Stati Uniti – non applicano simili vincoli.

Cos’è l’Ets e come cambierà

L’Ets rappresenta il principale strumento europeo per ridurre le emissioni di gas climalteranti. Oggi coinvolge oltre 10.000 stabilimenti in Europa e più di 1.000 in Italia. Le attività economiche coperte da questo schema devono comprare dei permessi per poter emettere anidride carbonica, che è il principale responsabile del cambiamento climatico. Al momento, le industrie più pesanti godono di un certo numero di permessi gratuiti, per aiutarle a competere con la concorrenza estera senza costi aggiuntivi. Secondo il governo, però, questo ammontare non è sufficiente e l’Ets è la causa degli alti prezzi dell’energia.

Al contrario, per la Commissione, l’applicazione dell’Ets è stato fino a oggi un successo, dato che i settori coperti hanno ridotto le loro emissioni del 50% rispetto al 2005. Tanto che a maggio, Kurt Vandenberghe, direttore generale per il clima dell’Ue, lanciava insieme a Brasile e Cina la prima coalizione per promuovere l’efficacia dei mercati di carbonio, definendo l’Ets «un grande esempio» che aveva permesso di raccogliere 260 miliardi di euro per la decarbonizzazione e l’innovazione.

La bozza di revisione per ora ipotizza di prolungare i certificati che vengono liberamente attribuiti alle imprese senza pagare, a patto però che queste realizzino investimenti sul suolo europeo. È prevista anche un’estensione dello schema ai voli internazionali, anche se non viene specificato in che modo; e la Commissione «considererà» come includere gradualmente gli inceneritori.

Soprattutto, gli stati membri saranno obbligati a reinvestire parte dei ricavi dell’Ets in quei settori dove la decarbonizzazione è più difficile, che sono poi quelli che rientrano nello schema.

Una direzione molto diversa da quella auspicata dal capo di governo italiano, a giudicare dalla sua reazione. «Dal focus sulla riduzione dell'impatto sui prezzi dell'energia, man mano stiamo passando alla possibile introduzione di nuovi sistemi che potrebbero addirittura finire per complicare il meccanismo invece di semplificarlo come era richiesto», si è lamentata Meloni.

Avanti anche con l’Ets 2

«Meloni attacca Bruxelles perché in cinque anni di governo non è riuscita a portare a casa quello che i cittadini chiedevano: un prezzo dell'elettricità che possa competere con il resto d'Europa – dice a Domani Marta Lovisolo, senior policy advisor di Ecco, il think tank italiano per il clima – ha quindi bisogno di un capro espiatorio e lo trova oggi nell'Ets, che però grava in minima parte sul prezzo, mentre è il prezzo del gas che detta ancora troppo spesso il prezzo elettrico e gli oneri di sistema sono i suoi driver».

Alcuni mesi fa, Ecco ha pubblicato uno studio in cui evidenziava come, grazie all’Ets, l’Italia aveva incassato oltre 18 miliardi di euro tra il 2012 e il 2024, anche se poi ha destinato appena il 9% di queste risorse agli interventi per clima e decarbonizzazione.

Per ora, la burocrazia di Bruxelles continua, comunque, a lavorare a pieni ritmi. Nelle prime ore dell’11 giugno, i negoziatori del Consiglio e del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo sul meccanismo di stabilità di mercato che entrerà a far parte del cosiddetto Ets 2, ovvero un nuovo sistema che entrerà in vigore nel 2028 e regolamenterà anche le emissioni provocate dai fornitori di combustibili fossili impiegati nel trasporto, negli edifici e nelle piccole e medie imprese.

Per evitare che una tonnellata di C02 possa arrivare a costare più di 45 euro in questi settori, Parlamento e Consiglio hanno deciso di incrementare i fondi e il numero di indennità disponibili. «Questo aumenterà la confidenza e darà alle famiglie, alle imprese e agli stati membri la prevedibilità di cui hanno bisogno per procedere verso un futuro più pulito», ha dichiarato Maria Panayiotou, Ministra dell’agricoltura di Cipro, paese che attualmente detiene la presidenza del Consiglio europeo.

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