La frana di Petacciato, in provincia di Campobasso, è conosciuta da più di un secolo: i primi studi risalgono ai primi del Novecento. Dagli anni Sessanta in poi è diventata una delle più studiate d’Europa, oggi dispone di una bibliografia tecnico-scientifica ricchissima, sistemi di monitoraggio e dati strumentali estesi e raccolti in modo continuativo nel tempo.

Anche perché è una delle più grandi: si estende per quattro chilometri, con 80-90 metri di profondità, un’intera parte di collina che scivola lentamente verso valle, con spostamenti che possono essere minimi o accelerare in alcune fasi. Ogni tanto si sveglia, il terreno frana, poi si assesta e ce ne si può quasi dimenticare per una decina d’anni.

Succede soprattutto in seguito a forti piogge e anche questa volta è andata così. L’alluvione che ha colpito il Molise nelle scorse settimane ha saturato il terreno e la mattina del 7 aprile il terreno ha ceduto: ha deviato i binari fra Termoli e Vasto; ha aperto grandi crepe sulla Statale Adriatica e l’ A14 che collega Taranto a Bologna; è crollato il ponte sul Trigno, fra il Molise e l’Abruzzo. Una persona è dispersa, ci sono camion in coda, deviazioni lunghissime in un periodo in cui la benzina è già un problema. E poi scuole chiuse, vite quotidiane sospese. E anche 15 case a rischio crollo, e dunque il comune di Petacciato ha dovuto evacuare gli abitanti.

I fondi

La frana a Niscemi
La frana a Niscemi
La frana a Niscemi

Il pensiero non può che andare a Niscemi: gennaio 2026, una frana causata dalle piogge intense legate al ciclone Harry, un movimento del terreno di circa quattro chilometri, mille persone evacuate, l’immagine che difficilmente dimenticheremo del paese sospeso sul nulla. Ma c’è un punto in comune ancora più significativo fra questi due disastri. La Sicilia aveva a disposizione 99 milioni di euro del Pnrr per progetti contro il dissesto idrogeologico, quasi tutti erano rimasti inutilizzati. Il Comune di Niscemi non aveva fatto alcuna richiesta.

Torniamo in Molise. Nel 2021 erano stati stanziati 28 milioni di euro per interventi specifici sulla frana, tra cui la realizzazione di pozzi drenanti, che dovrebbero permettere di sottrarre acqua al terreno, riducendo il peso e la pressione dei fluidi e dunque limitando i movimenti del terreno. Ma il progetto è stato assegnato solo a fine 2025 e perché partano i lavori ci vorrà altro tempo.

«Si tratta chiaramente di interventi che possono mitigare gli effetti della frana, non sono finalizzati a fermarla, cosa di fatto impossibile», spiega Domenico Angelone, presidente dell’Ordine dei Geologi del Molise. «Bisogna imparare a conviverci e forse si sarebbe fatto meglio negli anni Cinquanta-Settanta a non costruirci sopra, ma quel danno ormai è fatto ed è inutile guardare indietro». Dovremmo guardare avanti, infatti, e usare al meglio i dati che abbiamo e i 28 milioni disponibili.

A differenza di Niscemi, qui la procedura era partita: solo che è una procedura lentissima. «Questo deve essere chiaro: i soldi non sono fermi perché non ci siamo mossi. I tre anni che ci sono voluti ad assegnare il progetto sono quelli fisiologici richiesti dalla burocrazia. Il problema nasce a monte: se è necessario acquisire i pareri di numerosi enti, ciascuno dei quali ci mette quattro mesi a fornire il proprio, non si può attribuire la responsabilità a chi poi deve gestire concretamente la frana in Molise. Serve piuttosto una riflessione generale per snellire le procedure, evitando di trasformare un problema sistemico in un presunto disservizio locale. Da questo punto di vista in Italia ci sono ritardi strutturali rispetto ad altri paesi europei».

I tempi della burocrazia

Per Angeloni il problema sono i tempi e la burocrazia. Competenze e dati ci sono tutti: «C’è chi sostiene la necessità di aumentare i controlli, ma in realtà si tratta di una delle frane più monitorate d’Europa. Uno dei principali soggetti attuatori è la Rete Ferroviaria Italiana (RFI), che ha tutto l’interesse a monitorare al meglio, visto che i binari passano di lì, e dispone di una rete di controllo tecnologicamente molto avanzata. E infatti subito dopo l’alluvione, Rfi si è attivata prontamente, fermando i treni grazie a un sistema di allerta che ha funzionato in modo efficace, e lo stesso è avvenuto per l’autostrada».

Sono state evitate le conseguenze più gravi, ma se i lavori fossero partiti due, tre, quattro anni fa non ci sarebbe mezza Italia in tilt. È il principio dell’adattamento, che costa tanto ma sempre meno che riparare i danni.

I tempi della burocrazia italiana sono da sempre lenti, ma quella lentezza si fa insostenibile con la crisi climatica. In un mondo normale i tempi umani e burocratici dovrebbero essere rapidissimi rispetto a quelli della natura ed è incredibile che ora siano i tempi umani a rincorrere i tempi della natura.

Del resto i tempi della natura sono deformati e distorti dai tempi umani dei combustibili fossili. Faremmo bene a ricordarcene in un paese che, nonostante il clima e la geopolitica stiano urlando in tutte le lingue che bisogna abbandonare al più presto i combustibili fossili, ha ritardato la chiusura delle centrali a carbone al 2038 e sembra non riuscire a voler vedere un futuro senza fossile (o semplicemente a vedere un futuro).

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