Erano figli di famiglie immigrate, quasi tutti cresciuti a Monaco. Il 22 luglio 2016 furono scelti e uccisi perché considerati “stranieri”. Dieci anni dopo, la storia dell’attentato all’OEZ non parla soltanto di una strage razzista, ma anche del lungo ritardo con cui la Germania ne ha riconosciuto la natura politica
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È il 22 luglio 2016. Un venerdì pomeriggio. A Monaco di Baviera stanno per iniziare le vacanze estive. Nel quartiere di Moosach, vicino all’Olympia-Einkaufszentrum, alcuni ragazzi si ritrovano al McDonald’s accanto al centro commerciale. Fanno quello che fanno i ragazzi di tutti i paesi: trascorrono del tempo insieme, parlano della scuola e delle vacanze ormai vicine. «Cosa facciamo nel fine settimana? Chi viene a giocare a calcio domani?»
Quello che nessuno sa è che la normalità sta per essere distrutta nel giro di pochi minuti.
Alle 17:51 un attentatore di 18 anni apre il fuoco all’interno del McDonald’s contro un gruppo di adolescenti e bambini. Poi continua a sparare nel centro commerciale e nelle immediate vicinanze. Altre persone rimangono gravemente ferite. Quando, dopo essersi nascosto, viene individuato dalla polizia intorno alle 20:30, si toglie la vita con un colpo di pistola.
In seguito si scoprirà che l’autore della strage, David S., aveva invitato tramite Facebook altri giovani a recarsi proprio nel ristorante dell’OEZ.
Nelle ore successive Monaco precipita nel caos. Il trasporto pubblico viene sospeso, la situazione è confusa e circolano voci sulla presenza di più attentatori. Con l’hashtag #offenetür (“porta aperta”), molti cittadini offrono rifugio nelle proprie abitazioni. Anche le moschee restano aperte per tutta la notte.
Quando la paura lascia spazio alla ricostruzione dei fatti, emerge il quadro della strage: sei delle nove vittime sono musulmane, una appartiene alla comunità rom e una alla comunità sinti. Quasi tutte erano nate a Monaco o vi erano cresciute. Tutte avevano una storia familiare legata alla migrazione.
Armela (14 anni), Can (14), Dijamant (20), Guiliano (19), Hüseyin (17), Roberto (15), Sabine (14), Selçuk (15) e Sevda (45) non ci sono più. Mancano alle loro famiglie e ai loro amici. Erano figli di famiglie immigrate ed erano figli della città di Monaco. Sono diventati vittime di un attentato motivato dall’odio razziale.
Il movente politico
Il 22 luglio 2016 nove persone persero la vita. L’attentato durò appena tre minuti. Il riconoscimento della sua matrice politica richiese molto più tempo. Sono passati tre anni prima che le autorità bavaresi riconoscessero ufficialmente la matrice di estrema destra dell’attacco. Fino ad allora la strage era stata classificata come un semplice gesto di follia omicida, nonostante esistessero numerosi indizi che rimandavano a una motivazione terroristica.
Questa interpretazione si basava sul fatto che l’autore fosse stato vittima di bullismo e fosse in cura per problemi psichici. Fin dall’inizio, tuttavia, soprattutto i familiari delle vittime ha contestato questa lettura.
Gli elementi che indicavano una matrice ideologica erano numerosi. Anzitutto la data: il 22 luglio 2016 coincideva con il quinto anniversario degli attentati di Oslo e Utøya compiuti da Anders Breivik. David S. si era procurato inoltre nel dark web la stessa arma utilizzata dal terrorista norvegese: una Glock 17.
Durante una perquisizione gli investigatori trovarono anche un manifesto lasciato dall’attentatore. Nel testo parlava di “subumani stranieri”. Le vittime non furono scelte a caso: sono state selezionate secondo criteri razzisti. L’autore non aveva alcun rapporto personale con le persone che uccise.
Le tracce lasciate online permisero inoltre di ricostruire i suoi contatti con altri estremisti di destra attraverso piattaforme di videogiochi. Su Steam era attivo nel gruppo “Anti-Refugee Club”. A distanza di dieci anni, la domanda resta inevitabile: errore di valutazione o minimizzazione?
Ritardo cronico
In Germania non è la prima volta che attentati di questo tipo vengono riconosciuti troppo tardi come terrorismo di estrema destra. È accaduto anche nel caso degli omicidi del gruppo neonazista Nsu. I critici accusano le autorità di sicurezza e parte della classe politica di aver a lungo sottovalutato il fenomeno del terrorismo di destra. Le famiglie delle vittime continuano ancora oggi a convivere con le conseguenze della strage.
Proprio perché per anni l’attentato è stato considerato un semplice caso di follia omicida, le conseguenze politiche sono state limitate. A differenza di quanto avvenuto dopo gli attentati di Hanau o Halle, il caso di Monaco ha suscitato un dibattito pubblico molto più ridotto, nonostante una discussione aperta sia fondamentale per comprendere le cause della violenza e prevenirla. Che cosa resta, dunque, dieci anni dopo l’attentato di estrema destra di Monaco?
Innanzitutto la consapevolezza che il terrorismo di destra non è un fenomeno destinato a scomparire. In realtà non se n’è mai andato, anzi è in crescita: In un comunicato del Bka – l’ufficio federale di polizia criminale, una sorta di Fbi tedesco – pubblicato a giugno, il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt ha sottolineato che la maggior parte dei reati è riconducibile ad autori di destra o di estrema destra, confermando che la principale minaccia estremista in Germania continua a essere quella proveniente da quell’area.
Monaco è una città che in passato ha già conosciuto diversi attentati di matrice neofascista e di estrema destra: la strage dell’Oktoberfest del 1980 e gli omicidi commessi dall’Nsu, che in città uccise Habil Kılıç nel suo negozio di frutta e verdura nel 2001 e Theodoros Boulgarides nella sua ferramenta specializzata in duplicazione di chiavi nel 2005. Ciò che accomuna questi attentati a quello del 2016 è che, in tutti i casi, le indagini inizialmente si sono concentrate sull’estrema sinistra o sulle stesse comunità di origine migratoria – alimentando stereotipi come quello della presunta “mafia turca”.
Per il decimo anniversario è prevista a Monaco una cerimonia commemorativa. In Marienplatz, l’iniziativa «München erinnern!» ha issato bandiere bianche con i nomi delle nove vittime e la scritta: «L’attentato dell’OEZ è stato terrorismo di estrema destra».
Sul palco del Münchner Volkstheater un’opera teatrale documentaria ricorda le persone uccise. Lo spettacolo mostra in modo sconvolgente anche i fallimenti delle autorità e offre uno sguardo sul lungo percorso giudiziario. Il suo titolo è Offene Wunde, “Ferita aperta”.
Ed è proprio questo ciò che rimane: una ferita aperta in un’epoca in cui il partito populista di destra AfD continua a parlare di remigrazione e registra risultati elettorali sempre più alti. Anche per questo la memoria collettiva è così importante: ricordare e dare un nome significa permettere a una società di unirsi contro l’odio.
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