La villeggiatura che diventa una cartolina vintage non è solo lo specchio della precarietà in cui siamo immersi, ma anche di un mutamento culturale nel modo in cui percepiamo il riposo. Molti provano ad aggiornare l’idea lavorando da remoto e rispondendo alle mail anche sotto l’ombrellone. La sociologa del turismo Soligo: «La vacanza sta diventando davvero un privilegio»
Mitico. Usa questo aggettivo Jamie Mackay per definire sulle colonne del Guardian il «mese di ferie» tipico, secondo lui, del nostro paese. Nella sua analisi lo scrittore e giornalista britannico, ma di stanza a Firenze, racconta che le origini della villeggiatura risalgono addirittura al Rinascimento: all’epoca i nobili lasciavano i loro palazzi di città per rifugiarsi per settimane intere in lussuose ville di campagna sulle colline. La svolta si è fatta attendere fino al XX secolo quando «la classe media e operaia italiana se ne appropriò, trasformando un privilegio aristocratico in un rito di massa».
Erano gli anni Sessanta e «milioni di italiani consideravano la lunga pausa estiva un diritto fondamentale, trascorrendo le vacanze nei borghi ancestrali, nei campeggi al mare o persino nei villaggi turistici aziendali», scrive citando il successo di Sapore di Sale di Gino Paoli come manifesto della celebrazione delle «giornate pigre che passano in spiaggia, sognando un mondo diverso al di là della fabbrica e dell'ufficio».
Meno libertà
Un’immagine innegabilmente nostalgica perché la realtà odierna è ben diversa. Mackay ammette infatti che sempre meno italiani hanno la possibilità di assentarsi per tutto questo tempo a causa della deregolamentazione del mercato del lavoro e della precarietà occupazionale che genera un'insicurezza cronica. «Nonostante queste pressioni, non hanno ancora rinunciato al loro rituale», continua.
Forse solo idealmente, viene da dire guardando i dati: secondo Fondazione Openpolis il 33,2 per cento delle famiglie con un figlio non può permettersi di andare in vacanza. Una percentuale che sale al 53,3 tra i nuclei con almeno tre figli, per i quali una settimana di ferie lontano da casa diventa spesso un lusso. E così, spiega Federconsumatori, cambiano anche le abitudini: la durata complessiva della pausa estiva fuori casa si è ormai ridotta a 11 giorni, contro i 14-21 giorni del passato.
Sempre più spesso si opta per soggiorni brevi, di appena 3-5 giorni, cercando di contenere le spese anche attraverso l’ospitalità di amici e parenti. Insomma, il turismo è sempre più un bene di lusso fuori dalla portata non solo delle fasce più fragili, ma anche del ceto medio. Parlano chiaro anche i numeri Istat riferiti al 2025: il 36,8 per cento delle famiglie italiane non può permettersi nemmeno una settimana di ferie lontano da casa. Un dato in crescita di 4,5 punti percentuali rispetto al 2024.
Lussi e privilegi
«La vacanza sta diventando davvero un privilegio», spiega Marta Soligo, docente presso il William F. Harrah College of Hospitality dell'Università del Nevada. La sociologa del turismo punta il dito contro la crisi economica, quella abitativa e la precarietà lavorativa: «La gente pensa a soddisfare i bisogni primari e poi capisce se può partire. La villeggiatura di un mese è un miraggio lontano, qualcosa per davvero pochi».
Non che negli anni Sessanta fosse così mainstream come lascia intendere Mackay sul Guardian: «Molti descrivono questo momento come l’apice della democratizzazione del tempo libero, poiché non solo l’élite, ma anche la classe media e quella lavoratrice iniziavano a permettersi pause di qualche settimana al mare». A Soligo, però, questa tesi convince poco: «Il concetto di democratizzazione fa pensare che, da lì in poi, il turismo sia diventato un settore accessibile a tutti. Ma non era poi così accessibile, come non lo è oggi».
Ciò non toglie che sul piano culturale e delle tutele l’Italia rappresenti un caso peculiare nel panorama mondiale. «Se la villeggiatura pre-guerre mondiali si ritrovava anche nelle élite di tutta Europa, il nostro paese è tra quelli che, dal boom economico in poi, ha maggiormente radicato il principio del riposo tutelato», osserva. «Quando spiego ai miei studenti negli Usa il ruolo della vacanza in Italia, noto sempre stupore: da noi il tempo libero e le ferie sono storicamente più tutelati da leggi e contratti collettivi — ahimè, oggi sempre più a rischio — e fanno parte di una forte cultura del tempo libero. Negli Stati Uniti, invece, il lavoro è molto più individualizzato e le ferie sono qualcosa da negoziare con la singola azienda».
Il significato della pausa
La villeggiatura che diventa una cartolina vintage non sarebbe però solo lo specchio della precarietà in cui siamo immersi, ma anche di un mutamento culturale nel modo in cui percepiamo il riposo. «Vediamo che parole come “burnout” entrano sempre di più nel nostro vocabolario come riflesso della crescente pressione, dello stress e del disagio legati al mondo del lavoro».
Così molti provano ad aggiornare il concetto di vacanza lunga lavorando da remoto e rispondendo alle mail anche sotto l’ombrellone: «Si fa sempre più fatica a “staccare”. Ci si sente in dovere di essere raggiungibili anche mentre siamo in spiaggia. A volte, ci si sente addirittura in colpa a chiedere le ferie», continua Soligo. Eppure, proprio il termine "ferie" porta con sé un peso storico e sociale importante: «Per noi sociologi sono una svolta cruciale: a partire dalla rivoluzione industriale, generazioni di lavoratori hanno lottato per il diritto al tempo libero e alle pause retribuite. È una parola che parla di movimenti sociali, lotte sindacali e diritti conquistati, non di una concessione o di un favore».
Sul Guardian Mackay fa notare che, comunque, «la villeggiatura aveva una sua logica economica interna. Negli anni Sessanta, con il fenomeno che aveva raggiunto il suo picco, la produttività italiana cresceva a ritmi superiori rispetto a quelli degli Stati Uniti e la disoccupazione raggiungeva i suoi minimi storici».
Nel 2026 i dati diffusi dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) dimostrano che orari di lavoro più lunghi producono rendimenti decrescenti, «rafforzando così una verità che molti italiani un tempo consideravano ovvia: il diritto al riposo sostiene un'economia, anziché impoverirla», spiega il giornalista britannico.
Impossibile non pensare alle proposte per una riduzione della settimana lavorativa: «Nascono dall’idea che ridurre l’orario possa diminuire lo stress, mantenendo o aumentando la produttività (che però non deve essere la priorità costante: conosciamo bene i rischi e i danni del dipendere dalla legge capitalista del “produrre, produrre, produrre”)», commenta Soligo.
«Negli Stati Uniti, Bernie Sanders propone 32 ore di lavoro a settimana senza che lo stipendio venga ridotto. Sostiene che i lavoratori dovrebbero beneficiare dei forti aumenti di produttività ottenuti grazie alla tecnologia. Non dimentichiamoci, inoltre, il ruolo sempre più importante che l’intelligenza artificiale presto avrà in tanti settori. Noi sociologi siamo interessati a questa proposta, poiché ridurre il tempo che dedichiamo alla professione implica ripensare il rapporto tra occupazione, tempo libero e vita sociale».
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