Dopo il fallimento di SVB e il crollo di Credit Suisse nell’Eurozona si percepisce un malcelato compiacimento: da noi la regolamentazione e migliore, il sistema bancario più solido, c’è meno finanza arrembante e più economia reale; e così la Bce, al contrario della Fed, può combattere l’inflazione senza dover preoccuparsi delle crisi finanziarie. Ma è proprio vero?

I due pilastri della regolamentazione sono il Cet1 ratio, il rapporto tra il capitale versato più gli utili accumulati e le attività pesate per il rischio, che deve essere adeguato a sostenere le perdite potenziali stimate in caso di stress; e il liquidity ratio, le attività liquide che le banche devono tenere per far fronte ad almeno a 30 giorni di perdita dei depositi (pari a 100). Poco prima del crollo, il Credit Suisse (CS) aveva un Cet1 di 14,1, quasi identico al 14,2 di Ubs (che l’ha assorbita), e superiore al 13,7 medio delle otto maggiori banche dell’area euro. Per la regolamentazione, dunque, CS avrebbe dovuto essere tra le banche più solide in Europa.

Inoltre, non sono emersi falsi di bilancio, scandali, né c’è stata una corsa ai depositi; anzi, CS vantava un liquidity ratio di 144, in linea con il 147 medio delle otto banche di cui sopra. Eppure è crollata: i detentori dei subordinati sono stati spazzati via e gli azionisti hanno perso oltre il 90 per cento.

La struttura delle regole

Il caso CS dovrebbe dunque far sorgere dubbi sulla struttura della regolamentazione, il metodo usato per calcolare la rischiosità degli attivi e la liquidità, nonchè la capacità di valutare i rischi. Basti pensare che, venerdì scorso, le otto maggiori banche europee valevano sul mercato in media poco più della metà del loro patrimonio netto, segno che il mercato ritiene valgano molto di meno dei valori di bilancio; e ci sono casi come Deutsche Bank (DB) e Societe Generale (SG) dove il rapporto tra valore di mercato e patrimonio è di appena 28 e 22 per cento. Negli Usa, dove la crisi bancaria è conclamata, le banche in media valgono molto di più.

L’impatto del fallimento di SVB sul sistema bancario europeo c’è stato, nonostante fosse una banca americana, di medie dimensioni, con un modello di business peculiare, e soggetta a una regolamentazione lacunosa: dal 6 marzo, infatti, i titoli di banche sistemiche come DB e SG, ma anche Commerzbank o la spagnola Sabadell, hanno perso tra il 28 e il 30 per cento; la maggiore banca europea, BNP, il 20 percento; molto meglio le italiane, pur con perdite tra il 14 e il 20 per cento.

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È evidente la netta divergenza tra mercato e Bce sulle conseguenze delle politiche adottate nella lotta all’inflazione, sull’efficacia della regolamentazione e sulla natura delle crisi bancarie.

Il mercato pensa che la contrazione del credito, le crisi bancarie e più in generale finanziarie, siano una componente intrinseca e inevitabile di una politica monetaria antiinflazionistica; e che quindi le banche centrali avrebbero dovuto tenerne debitamente conto prima di lanciare il più rapido aumento dei tassi dagli anni ottanta, e senza avere un valido modello per prevedere l’inflazione. In altri termini, per l’inflazione non conta solo il livello dei tassi ma anche le condizioni finanziarie complessive: l’effetto ricchezza del crollo del valore delle attività finanziarie causato dall’aumento dei tassi; le condizioni più restrittive e la minore propensione al rischio di banche e intermediari; le difficoltà a rifinanziare le posizioni a maggior leva; la caduta della ricchezza immobiliare, specie se garantisce i mutui; la corsa alla sicurezza e liquidità di risparmiatori e investitori istituzionali.

Tutto questo ha un impatto fortemente depressivo, e in ultima analisi antiinflazionistico.

La fissazione sui salari

Non si comprende pertanto l’insistenza della Bce (e della Fed) a focalizzarsi sulla crescita dei salari come principale “indicatore” dell’inflazione futura, e in generale sui dati reali, quando questi sono indicatori “ritardati”: una crisi finanziaria può arrivare molto più rapidamente e causare disoccupazione e compressione dei margini, che a loro volta riducono l’inflazione misurata dalle statistiche.

Non ci potrebbe essere differenza più significativa tra le recenti conferenze stampa dei presidenti della Fed, Powell, e della Bce, Lagarde: il primo aumenta i tassi dello 0,25 , ma ammette chiaramente che la contrazione del credito innescata dalla crisi bancaria agirà sull’inflazione in modo anche più efficace dell’aumento dei tassi, certificando così il rischio di crisi finanziaria; la seconda aumenta i tassi dello 0,5 e reitera che la politica rimarrà restrittiva fino al raggiungimento del 2 per cento di inflazione, senza nemmeno menzionare possibili rischi per il sistema creditizio. Lasciano perplessi la fiducia nella solidità del sistema bancario e la sottovalutazione dell’impatto delle variabili finanziarie sull’economia reale di Lagarde. L’andamento dei titoli bancari dovrebbero invece far riflettere.

Mercato vs banche centrali

Aspettative di mercato e banche centrali divergono radicalmente. Mentre la Fed si attende in media un tasso di riferimento al 5,1 per cento a fine anno, il mercato dei future quota 3,8: una differenza abissale, segno che già si sconta la crisi quest’anno e il taglio dei tassi per contrastarla. E mentre Lagarde ha appena aumentato il tasso di rifinanziamento al 3,5 per cento e dichiara che gli aumenti non sono finiti, il governo tedesco si finanzia al 2,4 a 2 anni, e poco sopra il 2 a 10 anni: una curva dei tassi invertita che indica chiaramente il timore di una recessione anche da noi.

Il legame tra aumento dei tassi, condizioni finanziarie, e rischiosità delle banche è presto detto: è difficile conoscere con precisione l’impatto che avrà la discesa dei prezzi degli immobili, specie commerciali, sui crediti, il valore delle posizioni in derivati, le perdite non realizzate su titoli, inclusi quelli immobilizzati, le difficoltà a rifinanziare le grandi posizioni a leva, specie del private equity e debt. E sulla redditività delle banche incideranno il maggior premio per il rischio sui bond bancari, la mobilità dei grandi depositi alla ricerca del tasso più alto, o la necessità di rifinanziare i prestiti del TLTRO.

Così il mercato penalizza le banche con gli attivi più rischiosi e la redditività inferiore, a prescindere da quanto solida la banca sia per la regolamentazione; ieri è toccato a CS, oggi a DB, domani chissà.

I casi SVB e CS rammentano infine che le crisi bancarie hanno sempre una componente sistemica: quasi mai i costi della crisi di una singola banca possono essere sostenuti solo da azionisti, obbligazionisti e depositanti non assicurati; e quasi sempre l’intervento dello stato è indispensabile perché la crisi non si espanda, con gravi ripercussioni reali. Ma la nuova normativa europea sulle risoluzioni bancarie è stata pensata proprio per impedire l’intervento dello stato, invece di gestire in modo efficace le crisi, confidando che la regolamentazione avrebbe impedito qualsiasi crisi sistemica: ipotesi smentita dai fatti, anche attuali. In passato i governi hanno così aggirato la norma tramite l’intervento pubblico “precauzionale”, ovvero per fronteggiare difficoltà “temporanee”: quanto temporanee fossero quelle di Mps, lo si è visto.

L’unica alternativa è il Mes

Artificio peraltro usato anche dal governo tedesco. L’unica alternativa prevista in Europa per le crisi di banche sistemiche è il Mes, ma che impone condizionalità allo stato che interviene.

Oggi, le banche italiane sono le meno colpite dalla crisi, perché dipendono in maggior misura dalle commissioni della distribuzione dei prodotti finanziari, e hanno attività relativamente meno rischiose in bilancio. Ma che proprio il governo italiano sia l’unico a rifiutare la ratifica del Mes che, per quanto obsoleto, è l’unico paracadute contro una crisi bancaria sistemica non mi pare né saggio né lungimirante in mancanza di concrete proposte o alternative.

 

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