I rappresentanti sindacali di Fim, Fiom e Uilm hanno deciso di proclamare 8 ore di sciopero e assemblee in tutti gli stabilimenti siderurgici del sistema industriale ex Ilva. Una presa di posizione che arriva dopo quasi cinque ore serratissime al tavolo di confronto, programmato da tempo con i vertici governativi a Palazzo Chigi. Presenti il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, insieme al ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e alla ministra del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Calderone.

«Vogliamo un piano straordinario di sicurezza nazionale sulla situazione industriale, occupazionale e salariale», ha detto a margine del confronto il segretario nazionale della Fiom-Cgil, Michele De Palma. «Il governo ci ha risposto aprendo a un confronto che durerà il mese di agosto, ma noi a quel tavolo ci staremo fino a che vedremo che ci sono le condizioni per raggiungere questo tipo di obiettivo».

De Palma, in mattinata, aveva definito l'incontro «cruciale» per tutelare i circa 20mila lavoratori diretti e indiretti che compongono il sistema Ilva in Italia: «Quello che rischia di consumarsi è un processo di deindustrializzazione che comincia con l'Ilva e rischia di travolgere tutto il nostro sistema industriale».

Questo grido di allarme per la possibile frattura sociale che si potrebbe sviluppare da Taranto fino a Genova – dove il presidente della Regione, Marco Bucci, si è detto «preoccupato» – scoperchia le implicazioni occupazionali del provvedimento emesso lunedì 27 luglio dalla Corte d'appello di Milano.

Una possibilità non abbastanza considerata dal governo, che ora è costretto a rincorrere la magistratura per salvaguardare prima di tutto la sua credibilità istituzionale: la decisione della Corte meneghina sembra aver svuotato di senso il dossier – coordinato dal ministro Urso – per la vendita del sito siderurgico tarantino agli indiani di Jindal Steel.

Questi ultimi – tramite una nota – hanno tuttavia confermato la volontà di acquisire l'impianto «inclusivo sia dell'area a freddo che dell'area a caldo», riconoscendo però una «situazione estremamente complessa». Anche perché il governo ha intanto annunciato il cambio del bando per la vendita, predisponendo solo l'area a freddo come asset sul mercato.

Rimangono inoltre domande anche sul prezzo di vendita e sul progetto di rilancio: da tempo le associazioni parlano del player indiano come di un mero «rottamatore», denunciando mancati piani di bonifica soprattutto del sottosuolo.

Una situazione che secondo Ferdinando Uliano, segretario generale della Fim-Cisl, «non deve diventare un alibi per chiudere le aree a caldo», mentre il fondo statunitense Flacks Group approfitta dello stallo istituzionale per rilanciare la propria proposta, fino a qualche mese fa ritenuta dal Mimit la più valida sulla carta.

Ma più che un alibi, sembra che il governo voglia strumentalizzare anche questa sentenza: il sottosegretario Mantovano ha fatto notare una «singolare sincronia tra il calendario del governo e il calendario giudiziario», riannodando i lacci del discorso sull'indipendenza della magistratura sciolti dalla netta vittoria del No al referendum sulla giustizia del marzo scorso.

«Leggere – ha continuato poi Mantovano – da quelli che hanno fatto ricorso “abbiamo fatto scacco matto” stona, perché questo non è un gioco, non è una partita a scacchi quella che oggi interessa i lavoratori e le aziende».

Tuttavia, non sembra che il governo sia nelle condizioni di poter dettare il ritmo della discussione attorno all'ex Ilva di Taranto, oggi in amministrazione straordinaria. I sindacati fanno infatti notare come il governo Meloni «abbia fatto perdere un sacco di tempo» per l'avanzamento delle trattative perché, prima di oggi, erano «cinque mesi» che le parti sociali aspettavano un incontro «per avere una prospettiva che ancora non si capisce», chiosa Uliano.

Il segretario della Fiom, invece, parla di «solito scaricabarile istituzionale, dove si riprendeva lo scontro tra magistratura e altri poteri dello Stato. Noi a questo non ci stiamo, perché nel tritacarne ci finiscono i lavoratori».

Tutto questo avviene a meno di un mese dall'inizio dei XX Giochi del Mediterraneo di Taranto, dove lo sfondo della cartolina sportiva sarà proprio il mastodontico impianto siderurgico, il più grande d'Europa, definito dal Comitato Liberi e Pensanti come un «Golia d'acciaio».

Le associazioni denunciano l'operazione di diminuzione delle emissioni voluta dalla multinazionale Eni e dalla Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria per ridurre l'impatto visivo ma soprattutto olfattivo nelle settimane della manifestazione sportiva, a tutela quindi della propria immagine proprio quando Taranto avrà più di qualche riflettore mediatico puntato su di sé. La giornata mostra così un triplice scollamento: non solo quello tra i palazzi del potere e i sindacati, ma anche quello tra questi ultimi e le associazioni tarantine, che da tempo chiedono la chiusura definitiva dell'impianto. Ipotesi, questa, ritenuta «insostenibile» dai rappresentanti dei lavoratori.

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