Secondo lo scrittore e professore Christian Raimo il vecchio rito dell’alzarsi in piedi quando entra un insegnante in classe è la «traduzione fisica di una gerarchia» che affonda le radici nel modello originario della scuola. Ma, secondo alcuni insegnanti e lettori, smettere di alzarsi in piedi vorrebbe dire togliere gli ultimi resti di un rispetto che non c’è più
Non bisogna più alzarsi quando l’insegnante entra in classe. Così scrive Christian Raimo, scrittore e insegnante, in un articolo dove analizza uno dei riti più automatici che ha luogo ancora oggi nelle aule scolastiche. «L’alzarsi in piedi dice allo studente, ogni giorno, che il suo corpo e il suo tempo appartengono all'istituzione, che le gerarchie non si discutono, che obbedire è la risposta corretta alla presenza del potere».
Il professore ripercorre e anche le origini del gesto, ricordando che, come ricostruisce Michel Foucault nel suo celebre Sorvegliare e Punire, il modello originario della scuola è la Rasphuis di Amsterdam, «il più antico carcere moderno». Così un vecchio rito sopravvissuto a un istituto detentivo si configura come «traduzione fisica di una gerarchia che non si discute perché non si nomina nemmeno. È automatica». Perché, aggiunge, «ogni pratica scolastica, anche la più apparentemente irrilevante, è una scelta su che tipo di società vogliamo costruire».
«Non c’è più rispetto»
Eppure ci sono insegnanti e lettori che credono che non si tratti affatto di un rito che ha a che fare con l’introiezione di gerarchie del potere. In alcune scuole non esisterebbe nemmeno più. «Ma in quale scuola, in quale classe del nostro bel paese gli studenti si alzano ancora in piedi all'arrivo del professore?», ha scritto Patrizia Ignazi, che sostiene di non aver mai assistito a scuola a questo rituale. «Anzi – prosegue – nella scuola dell'infanzia e primaria, gli alunni e pure i genitori ti appellano con il nome di battesimo e si rivolgono candidamente agli insegnanti con il “tu”, se non con una bella pacca sulla spalla. Alla secondaria, invece, se ti va bene “prof” o “professò” a seconda della latitudine».
Il rito definito da Raimo come talmente introiettato da essere automatico, però, non sarebbe così scontato. Lo sostiene anche da un altro lettore, Orazio Maione, che chiede di scomodare Foucault per cose più serie: «Penso che l’eventuale – perché a mia memoria non era nemmeno automatico cinquanta anni fa, ma semmai richiesto – alzarsi in piedi da parte del docente responsabile di una classe sia un modo per avere attenzione, e magari mostrare rispetto all’intervenuto».
Il vero tema, nelle numerose lettere che abbiamo ricevuto dopo la pubblicazione dell’articolo, sembra essere un altro: gli insegnanti si sentono sempre più svalutati, in particolare da parte degli stessi alunni e dei genitori che sembrano non riconoscere la rilevanza del loro ruolo. Questo è confermato anche dalla cronaca: solo qualche giorno fa un padre ha fatto irruzione in un’aula scolastica e ha aggredito un professore prendendolo a schiaffi. «La famiglia non riconosce più alla scuola uno spazio autonomo di autorevolezza, e la scuola fatica a coinvolgere la famiglia in una responsabilità condivisa. Il risultato è che l’adolescente si trova al centro di una frattura tra adulti», sottolinea Giuseppe Passalacqua in un recente articolo su Tempo pieno, la rubrica di Domani sulla scuola.
«Già la scuola e i prof sono trattati da fame come scala sociale, leviamo anche quel poco di forma che significa contenuti e celebriamo il funerale della “fiducia epistemica” una volta per tutte», prosegue Maione. Sarà sufficiente aggrapparsi a «quel poco di forma» per rivendicare rispetto? E il rispetto si deve, si guadagna o si costruisce all’interno di una relazione come quella insegnante-alunno?
Vecchi rituali, nuovi significati
Ad intervenire, poi, è Andrea Battocchio docente del liceo "Primo Levi" di San Donato Milanese. Si rivolge direttamente al collega Christian Raimo e racconta che ormai non si tratta più di un rituale riservato agli insegnanti: «Questo gesto, pur con origini antiche, ha oggi un significato nuovo: rispetto reciproco dei ruoli all’interno della comunità scolastica. Contrariamente a quanto suggerisce la canzone di Tenco, in molte scuole il gesto di alzarsi in piedi si compie oggi per tutti gli adulti che entrano in aula, dal collaboratore scolastico al dirigente, smentendo l’idea di una “deferenza di rango” o di un rituale gerarchico inutile», sottolinea. E aggiunge: «Piuttosto, laddove questo gesto non avviene per tutti andrebbe introdotto, perché non vuole celebrare il potere, ma manifestare attenzione verso chi contribuisce alla vita della scuola».
Dunque un vecchio rituale che però, con qualche accorgimento, potrebbe ancora sopravvivere.
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