Un rituale talmente automatico da sembrare innocuo, persino affettuoso. Ma è davvero innocuo? Dobbiamo ragionare su cosa succede ogni giorno dentro le aule italiane, su chi detiene il potere in quei luoghi, e su quale idea di educazione stiamo perpetuando ripetendo questo gesto
Nel 1962, l’anno in cui viene creata la scuola media unica, esce un pezzo bellissimo di Luigi Tenco che si intitola Cara maestra. Con la solita voce meravigliosa a metà tra cantautore impegnato e crooner, Tenco canta: Cara maestra / Un giorno m’insegnavi / Che a questo mondo noi / Noi siamo tutti uguali / Ma quando entrava in classe il direttore / Tu ci facevi alzare tutti in piedi / E quando entrava in classe il bidello / Ci permettevi di restar seduti.
È il ritratto della scuola italiana di 64 anni fa, ma potrebbe essere identico oggi. Il professore entra in classe, tutti si alzano, un secondo di silenzio, un cenno del docente, e ci si risiede. Dieci, venti secondi in tutto. Un rituale talmente automatico da sembrare innocuo, persino affettuoso. Ma è davvero innocuo?
La risposta breve è no. La risposta lunga richiede di ragionare su cosa succede ogni giorno dentro le aule italiane, su chi detiene il potere in quei luoghi, e su quale idea di educazione stiamo perpetuando ogni volta che ripetiamo gesti che non abbiamo mai scelto di compiere.
Il potere disciplinare
La scuola non educa solo attraverso le parole, i libri, le interrogazioni. Educa — o meglio, disciplina — attraverso i corpi. C’è una letteratura ormai storicizzata, da Sorvegliare e punire (1975) di Michel Foucault alla trilogia pedagogica di bell hooks, che ha mostrato come le istituzioni moderne — la scuola inclusa, assieme agli ospedali, alle caserme, alle fabbriche — esercitino un potere disciplinare che agisce prima di tutto sui gesti, sulle posture, sui movimenti, sulla costrizione dei corpi. Non è un caso che Foucault individui nell’esercito e nel convento i modelli originari della scuola moderna: luoghi in cui il corpo è il primo oggetto da addestrare.
Allora quando diciamo «si è sempre fatto così», non giustifichiamo abitudini sclerotizzate che non vogliamo esaminare?, Non indeboliamo il senso delle istituzioni, perché le proteggiamo dalle critiche? Vale la pena, come fa Antonio Gurrado in un recente articolo sul Foglio, ricordare da dove viene questa tradizione.
Il modello originario della scuola moderna non è il giardino epicureo o l’accademia platonica: è la Rasphuis di Amsterdam, lo ricostruisce Foucault, il più antico carcere moderno, destinato ai giovani malfattori, fondato su tre principi: lavoro scandito da un orario rigido, pene proporzionali alla condotta, esortazione spirituale verso il bene.
Da lì, attraverso i collegi gesuiti e le scuole militari dell'Ottocento, nasce l'istituzione scolastica come la conosciamo. I suoi rituali, compreso l’alzarsi in piedi, non sono nati per rispettare gli insegnanti. Sono nati per addestrare i corpi alla disciplina.
Chi comanda e chi obbedisce
In questa genealogia, la scuola eredita una micropenalità che riguarda tutto: la postura al banco, il modo di camminare nei corridoi, il silenzio durante le spiegazioni. E, naturalmente, il modo in cui ci si deve comportare quando entra un adulto con autorità.
La prossemica dei banchi disposti in fila, tutti rivolti verso la cattedra, la predella tanto cara a Ernesto Galli della Loggia, la campanella che scandisce i tempi, il registro, l’appello, e ovviamente i voti, le note, eccetera. E poi, appunto, l’alzarsi in piedi. Ognuno di questi elementi non è neutro.
Ognuno dice qualcosa su chi comanda e chi obbedisce, su chi ha il diritto di parlare e chi deve stare in ascolto, su dove risiede l’autorità e come si manifesta. Compreso il tempo, lo spazio lasciato alla liberà della presa di parola e dei gesti.
La media del tempo in cui noi docenti parliamo in classe è di circa il 90 per cento, ai ragazzi è lasciato il 10. Quando l’asimmetria dei ruoli ricalca un’inutile gerarchia? Quanto diventa violenza simbolica?
L’alzarsi in piedi è la sintesi visiva, corporea, di tutto questo: è la traduzione fisica di una gerarchia che non si discute perché non si nomina nemmeno. Funziona proprio perché è automatica.
Funziona proprio perché nessuno chiede il perché. C’è chi obietta che occorre ribadire l’autorità degli adulti, che questo principio è un orizzonte pedagogico sensato: un’autorità certo diversa dall’autoritarismo.
Ma a questo tipo di obiezione potrebbe ancora essere risposto con quello che rilevava Tenco: perché ci si alza per il professore ma non per il bidello? Anche qui abbiamo a che fare con una disparità apparentemente ovvia, che però svela un controsenso.
Quel gesto non esprime un rispetto universale verso gli adulti o verso chi lavora nella scuola: esprime il riconoscimento di una gerarchia specifica, istituzionale, basata sul ruolo e sul potere. Non è rispetto, è deferenza di rango.
Un insegnante ha un’autorità che deriva dalla competenza, dall’esperienza, dalla capacità di creare un ambiente in cui si apprende, in cui studiando ci si trasforma. Questa autorità ha bisogno di essere sancita da un gesto di deferenza corporea?
La motivazione di Camon
Ovviamente la questione dell’alzarsi in piedi non è nuova. Chi difende il gesto dell’alzarsi in piedi spesso cita un articolo scritto una decina di anni fa da Ferdinando Camon su Avvenire. Camon sostiene che alzarsi in piedi non significa rispettare la persona del professore, ma il suo ruolo, perché «uno sa e dona il suo sapere, l'altro lo riceve e ringrazia per quel dono».
È una posizione rispettabile, ma contiene una contraddizione: se il gesto riguarda il ruolo e non la persona, allora forse parliamo di un’istituzione che si autocelebra invece di una relazione che si costruisce? Abbiamo bisogno di questo tipo di autocelebrazione? Il riconoscimento deve avvenire per decreto? Alzarsi in piedi non è un gesto di obbedienza performativa? Non basterebbe dire buongiorno prof, buongiorno ragazzi?
Paulo Freire ha descritto in La pedagogia degli oppressi (1968) il modello bancario dell'educazione: un sistema in cui lo studente è un recipiente passivo e il professore il depositante del sapere. In quel modello, l’alunno non pensa, non sceglie, non partecipa, ma riceve.
Certi rituali corporei sono la messa in scena fisica di quel modello. L’alzarsi in piedi dice allo studente, ogni giorno, che il suo corpo e il suo tempo appartengono all'istituzione, che le gerarchie non si discutono, che obbedire è la risposta corretta alla presenza del potere.
Cosa si impara con quel gesto? Che ci sono gerarchie che non si mettono in discussione. Che il proprio corpo non appartiene a sé stessi ma a un’istituzione. Che il rispetto non è qualcosa che si costruisce nel tempo, attraverso la conoscenza e la fiducia reciproca, ma qualcosa che si esibisce, automaticamente, ogni volta che una figura d'autorità entra in una stanza.
La migliore tradizione di pedagogia democratica, che va dal maestro Mario Lodi al pedagogista americano Henry Giroux concorda che la scuola è sempre un’arena di conflitti: può riprodurre i rapporti di potere esistenti oppure può insegnare a interrogarli e rovesciarli. Ogni pratica scolastica, anche la più apparentemente irrilevante, è una scelta su che tipo di società vogliamo costruire.
L’alzarsi in piedi non è un dettaglio marginale: è un piccolo ma preciso atto di costruzione di senso, che può essere conformista a un mondo di gerarchie già date oppure alla possibilità di costruire società dove non il potere ma il reciproco riconoscimento siano alla base della relazione educativa.
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