A Foggia un professore di 61 anni chiede a una ragazza di togliere i piedi dalla sedia durante la lezione. È un richiamo normale, scolastico, ordinario. Lei non abbassa lo sguardo, prende il telefono e chiama il padre. Quindici minuti dopo il padre arriva, entra in classe e schiaffeggia il professore davanti a tutti. Con disprezzo, sdegno e violenza. Solo quando il prof è sul pavimento, il padre prende la figlia e lascia la scuola. Il povero insegnante avrà una prognosi di sette giorni sul referto e una frase tra le labbra che mette i brividi: «Ho paura. Tornerò a scuola. Ma ho paura».

La reazione facile è puntare il dito contro il padre. È inevitabile. Ma fermarsi lì è riduttivo.

Dietro questo gesto vile c’è qualcosa di più profondo e sistemico che riguarda la nostra cultura. Lo stesso gesto della ragazza è rivelatore. Non interpreta il richiamo come parte di una regola istituzionale, ma come un attacco personale, una mancanza di rispetto. Allora chiama i “rinforzi”: come si chiamerebbe un avvocato davanti a un’aggressione.

Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Istruzione e del Merito a dicembre 2025, le aggressioni segnalate nei primi mesi dell’anno scolastico 2025/26 sarebbero diminuite: 4 episodi da settembre a metà dicembre, contro 21 nello stesso periodo del 2024/25 e 19 nel 2023/24. Su base annua, il monitoraggio parla di 71 episodi nel 2023/24 e 51 nel 2024/25 (Mim, comunicato 18 dicembre 2025).

Eppure, dentro quei numeri c’è un dato qualitativo che interroga: in oltre la metà degli episodi segnalati negli ultimi anni scolastici, gli aggressori non sono studenti ma familiari. È l’adulto a varcare la soglia dell’aula e irrompere nella scuola come in uno spazio privato.

Questa dinamica rivela due questioni: la prima è il cortocircuito tra funzione paterna e funzione educativa dell’insegnante. Fino a vent’anni fa era il professore a chiamare il genitore, e il genitore (se necessario) completava la funzione educativa a casa. Oggi è il figlio che chiama il genitore e il genitore risponde “on demand” demolendo il professore. L’inversione è completa.

Il patto interrotto

La seconda questione riguarda la rottura di un patto educativo tra adulti: tra genitori e insegnanti, tra famiglia e scuola. Ma quale patto? Non un accordo scritto. Non una delega cieca, ma un patto implicito, culturale, che ha retto per decenni la funzione educativa.

Era il patto secondo cui: la scuola rappresentava uno spazio “terzo”, distinto dalla famiglia e gli eventuali conflitti si affrontavano tra adulti, non davanti ai figli e non contro l’istituzione.

In altre parole, esisteva un’alleanza simbolica tra adulti. Questo patto non significava obbedienza incondizionata all'istituzione. Significava riconoscere che educare è un compito condiviso e che il limite posto dall’insegnante non è un attacco personale al figlio, ma parte di un processo di crescita.

Oggi quel patto non c’è più. La scuola viene spesso percepita come un servizio tra gli altri, e il docente come un erogatore di prestazioni. Il genitore si sente cliente più che alleato. Se il figlio si lamenta, la reazione non è chiedersi cosa stia imparando da quell’esperienza, ma verificare se il “servizio” sia stato adeguato.

In questa trasformazione si consuma la rottura: la famiglia non riconosce più alla scuola uno spazio autonomo di autorevolezza, e la scuola fatica a coinvolgere la famiglia in una responsabilità condivisa. Il risultato è che l’adolescente si trova al centro di una frattura tra adulti.

L’esperienza del limite

Il caso di cronaca a Foggia ci interroga su tre questioni: l’autorevolezza, la protezione e il limite.

Oggi l’autorevolezza (non l’autorità) non discende più dall’istituzione in modo indiscusso. Deve essere costruita, dimostrata, guadagnata nella relazione quotidiana, conquistata con la parola e l’esempio. Questa è la sfida di ogni insegnante.

Dall’altra, c’è il padre che una volta era “limite” e “orizzonte”, un et-et. Oggi invece è un o-o: il padre diventa o “tiranno” o “amicone”.

Il padre non è soltanto colui che difende il figlio dal mondo, ma anche colui che lo introduce nel mondo, insegnandogli che esistono regole, frustrazioni, confini.

Un padre che aggredisce un insegnante non protegge, difende solo narcisisticamente l’immagine del figlio/a che è anche la propria. E così facendo sottrae all’adolescente stesso un passaggio fondamentale: l’esperienza del limite. Ma senza limite non si costruisce autonomia. Senza legge e senza vincolo non si costruisce desiderio. Se ogni ostacolo dello studente viene eliminato dall’intervento adulto, l’adolescente non sviluppa strumenti né per reggere il conflitto né per esplorare il mondo.

Chi può incarnare oggi una funzione educativa che non sia né violenza né complicità, ma di responsabilità?

La sfida non è restaurare gerarchie rigide come in passato. Ma ricostruire un patto educativo tra scuola e genitori, in cui il rispetto non sia imposto né rivendicato in modo astratto, ma costruito nella reciprocità e sostenuto da adulti capaci di reggere il peso del proprio ruolo.

Ricostruire il patto non implica proteggere corporativamente la scuola né idealizzare la famiglia, ma riaffermare una responsabilità condivisa: agli adulti spetta il compito di sostenere il limite, non di aggirarlo. Senza questo, ogni agenzia che si dichiara educativa, diventa un campo di battaglia. E ogni conflitto un’escalation.

Se scuola e famiglia tornano a riconoscersi come alleate, e non come avversarie, allora il limite può tornare ad avere una funzione educativa. Perché una società in cui gli insegnanti “hanno paura” è una società più fragile. La scuola, in fondo, è solo il luogo dove questo squilibrio diventa visibile.

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