Sono passati 20 giorni dal giorno del fermo. E ne potrebbero passare ancora altri 30 prima che i dieci attivisti del convoglio di terra della Flotilla, che a maggio stava attraversando la Libia per dirigersi verso Gaza per portare aiuti umanitari, potranno rientrare a casa.

A farlo sapere è l’organizzazione Global Sumud che oltre ad esprimere profonda preoccupazione per gli attivisti, spiega che sarebbero trattenuti a Bengasi dall’Agenzia di sicurezza interna dell’est, un organismo che di fatto opera sotto il controllo delle forze del generale Khalifa Haftar.

«La decisione sarebbe stata adottata senza un’adeguata notifica alle famiglie o ai rappresentanti legali dei detenuti e fa seguito a una precedente comparizione davanti al pubblico ministero avvenuta senza che le famiglie o i loro rappresentanti ne fossero informati», scrive Gsf in una nota in cui descrive le condizioni di civili disarmati trattenuti in Libia. Tra questi anche gli italiani Domenico Centrone e Leonarda Alberizia a cui ha fatto visita, pochi giorni fa, il console generale d’Italia a Bengasi, Filippo Colombo, che ha riferito di averli trovati in condizioni dignitose.

«Ci mancherebbe altro, dato che non hanno commesso alcun reato», ha risposto la portavoce della delegazione italiana Maria Elena Delia durante la conferenza stampa che la Flotilla ha organizzato l’11 giugno alla Camera dei deputati. Nel corso della conferenza gli avvocati hanno anche spiegato che l'udienza prevista il 9 giugno per i dieci attivisti è stata annullata senza preavviso e che il procuratore di Bengasi ha disposto il prolungamento delle indagini «e di conseguenza della detenzione, per disporre ulteriori accertamenti».

A confermare la proroga di altri 30 giorni per gli attivisti del convoglio di terra della Flotilla bloccati in Libia dal 24 maggio, anche il team legale di Gsf Italia: «La notizia è stata confermata da fonti consolari e del ministero. Ma al momento non ci sono accuse formalizzate», spiegano, visto che continuano a non essere note le ragioni che motiverebbero il trattenimento.

«Sebbene fonti diplomatiche indichino che i volontari ricevano beni essenziali, compresi cibo e accesso alle docce, le condizioni materiali di base non rendono legittima una detenzione. La mancanza di comunicazioni consolari regolari, di chiarezza giuridica e di documentazione ufficiale relativa alla presunta proroga configura una grave violazione dei diritti umani fondamentali», scrive ancora Gsf nella nota in cui invita anche i governi ad agire, pubblicamente, con urgenza e in maniera coordinata.

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