«Hai saputo di Anubi?». Non sono ancora le 10 del mattino del 3 luglio quando il suo nome inizia a rimbalzare. Nelle chat di quelli che erano stati suoi colleghi a Liberazione, il giornale di Rifondazione comunista, che solo pochi mesi fa si erano trovati a salutare anche Angela Azzaro. E in quelle di quel pezzo di movimento che con lui aveva condiviso il la Pantera, le dolorose giornate del G8 di Genova, e i mille rivoli del movimento tutto, dai Novanta a ora.

Anubi D’Avossa Lussurgiu se n’è andato nelle prime ore del mattino di questo luglio bollente. Un malore, forse un infarto, lo ha colto mentre si trovava nella sua casa romana, in una delle occupazioni di Action. Inquieto nelle scelte e nella militanza, capace di scelte folli, coltissimo, sempre provocatore, Anubi aveva un’intelligenza fuori dalla norma, una memoria per i dettagli della storia inimmaginabile, una capacità di scrittura che stupiva continuamente.

«Riuscivi a parlare di Deleuze e Guattari e dell’ultimo Topolino con la stessa facilità e intensità», scrive il giornalista Roberto Pietrobon. «La storica frase tra di noi: “Chiudi questa pagina!”», ricorda Tecla De Santis, grafica di Liberazione, perché Anubi arrivava sempre sul filo del rasoio con i suoi pezzi, quando si doveva chiudere per andare in stampa, soprattutto se si trattava di quelli per 70 – Gli anni in cui il futuro iniziò, supplemento di Liberazione voluto, anche questo come Queer, da Angela Azzaro. Non perché fosse lento nella scrittura, anzi, ma solo perché iniziava pochi minuti prima della chiusura. Eppure arrivava sempre in tempo, le sue analisi sempre lucide. Soprattutto quando si trattava di storia. Il suo trench lungo, immancabile, elegantissimo, anche nelle piazze più infuocate. Il completo di lino bianco e i sandali, durante le giornate del G8 di Genova. «Era il più talentuoso di noi, un fantastico affabulatore, un leader naturale, un ragazzo e un uomo davvero raro», scrive la collega Stefania Podda in uno dei tantissimi post che hanno iniziato a riempire la rete dopo le prime ore di incredulità in cui si cercava la conferma di quello che non si sarebbe voluto sapere.

«Non riesco nemmeno a scrivere due parole perché ho il cuore spezzato. Ciao amico mio», sono le parole che Nicola Fratoianni di Avs affida ai social postando una foto che li ritrae, giovanissimi, accanto a Peppe De Cristofaro – la parte più movimentista della Rifondazione di fine millennio – e Daniele Farina del Leoncavallo, proprio al G8 di Genova. Anubi avrebbe potuto fare rapidamente carriera nel partito, ma ha preferito la strada. 

«La Pantera, il G8, l'Onda, i movimenti di lotta per l'abitare, la tua famiglia, il lavoro di questi ultimi anni al palazzo reale di Napoli... Davvero le tue tante vite sono finite in questa mattina di luglio? Non è ingiusto? Non è troppo presto!?», scrive Alfonso De Vito, storica figura dei movimenti napoletani.

«Ricordo Anubi, nel caldo di una assemblea muta, allo stadio Carlini (durante il G8 di Genova ndr), farsi spazio, prendere il microfono, alzare lentamente un braccio e ficcare negli occhi di tutte e tutti noi un bossolo stretto tra pollice e indice. Poi ridarci voce, regalandoci le parole per dire che si, lo stato aveva deciso di passare la prima di moltissime future soglie della violenza accettabile, che ci aveva sparato in testa, ma che non dovevamo lasciare la morte che il gelido mostro ci sputava addosso trasformarci e che noi eravamo altro». È il ricordo di Marco Assennato che sceglie di accompagnarlo con una delle foto più iconiche che hanno girato durante le prime ore dalla sua scomparsa, a un convengo, tra Fausto Bertinotti e Rossana Rossanda.

I suoi ricordi scorrono insieme a quelli di mille altre persone che con Anubi hanno condiviso pezzi di vita.

Perché, come scrive Celeste Costantino, ricordando il suo di incontro –tra i corridoi di Liberazione e le botte prese dalle forze dell’ordine a un corteo davanti a uno dei cpt (gli attuali cpr) – «Sento che c’è un pezzo di quella storia che sta andando via e vorrei tanto riuscire a fermarla». Una sensazione comune a quella parte di movimento perché, come ricorda Giovanna Cavallo di Spin Time, è come se «per un istante, si fosse aperto uno squarcio nel tempo, riportandomi a una stagione della vita in cui non ci percepivamo come individui separati che, ogni tanto, si incontravano. Eravamo parte di una trama». Così, «Oltre al dolore per la tua troppo precoce scomparsa, il dolore che provo nasce anche da questo senso di smarrimento. Dal rendermi conto che, insieme alle persone, a volte perdiamo anche i mondi che avevamo costruito con loro. E solo quando una di quelle persone se ne va ci accorgiamo che quel mondo continuava a vivere, silenziosamente, dentro di noi». E i pensieri più affettuosi vanno alla compagna e ai due figli, mentre, come scrive la collega di Liberazione Laura Eduati le persone care si augurano che «tutta la tua energia e tutta la tua intelligenza, si spargano nel mondo».

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