Sedici anni, diciassette, diciotto, diciassette, diciotto, sedici. Era l’età che avevano Claudia Falcone, Claudio de Acha, Daniel Alberto Racero, Horacio Ungaro, Maria Clara Ciocchini e Francisco Lopez Muntaner la notte in cui, mezzo secolo fa, il 16 settembre 1976, l’orrore della dittatura militare argentina si portò via le loro vite di studenti a La Plata, a una cinquantina di chilometri da Buenos Aires, la città dove è nato e cresciuto Julio Velasco, il c.t. del volley femminile azzurro, impegnato politicamente e con un fratello detenuto per un mese e mezzo proprio in quegli anni. I sei, invece, furono probabilmente uccisi a sangue freddo, ma la parola che li descrive tuttora è desaparecidos, scomparsi.

Non si seppe più nulla di loro da vivi nonostante il giro angoscioso fra commissariati, chiese e caserme dei familiari, non se ne sa più nulla da morti perché chi pianificò la loro sparizione si sta portando nella tomba il segreto della fine dei corpi. Intanto quel buio ha trovato almeno un nome, la noche de los lapices, la notte delle matite.

L’avrebbero chiamata così gli stessi gerarchi della morte, visto che gli studenti frequentavano un liceo artistico. La notte diventò racconto, teatro, cinema. E proprio al film di Hector Olivera si deve l’aggiunta di una parola decisiva perché il titolo italiano diventò “la notte delle matite spezzate”.

Il giorno dei diritti degli studenti

Nella provincia di Buenos Aires, il 16 settembre è “il giorno dei diritti degli studenti delle scuole secondarie". La data è inserita nel calendario scolastico. Nella legge che istituì la ricorrenza si invita a organizzare momenti di di approfondimento dedicati alla storia che ingrossò la gigantesca lista delle vittime della dittatura, che per il 21 per cento erano studenti e per il 43 avevano fra 16 e 25 anni.

«Questa vicenda fu fondamentale per la presa di coscienza del paese grazie alla testimonianza di Pablo Diaz, un ragazzo sequestrato qualche giorno dopo e che riuscì a salvarsi, e al film - ci racconta Pablo Llonto, giornalista e avvocato in primissima linea nella difesa dei diritti umani - E da allora nelle scuole, non in tutte ma certamente in molte, questo è un giorno in cui si ricorda. Non solo La Plata, ma anche altre noche de los lapices, come quella di Vicente Lopes, dove scomparvero altri studenti. Oggi questo ricordo è diventato parte della battaglia contro i tagli del governo di Javier Milei al settore dell’educazione».

Si calcola che dall’avvento al potere dell’esponente ultraliberista e supertrumpiano, con l’alibi della lotta all’inflazione, i fondi per l’università secondo uno studio del Consejo Universitario Nacional (CIN) siano diminuiti del 45 per cento e il potere d’acquisto dei salari dei docenti abbia perso il 32 per cento.

«Nonostante la data sia inserita nel calendario scolastico, però, in quest’Argentina in cui il negazionismo spinge forte, l’approfondimento è a discrezione dei singoli professori», ci racconta Marcela Ceballo, docente di Bariloche. L’era Milei ha significato anche un tentativo di colpo di spugna su questa memoria. Con una lettura della storia neanche troppo nascosta: la dittatura rispose con violenza a violenza, erano anni di lotta armata e di guerriglia, forse ci furono “eccessi” ma ora mettiamoci un punto.

“Eccessi”, difficile definire tali i bambini rubati alle loro mamme e ai loro papà, la tortura generalizzata, la privazione di ogni diritto e libertà, lo sparire per il solo fatto di avere un nome in un’agenda “sbagliata”, lo stupro generalizzato, i voli della morte, donne e uomini drogati e gettati vivi nell’oceano.

Chi erano quei ragazzi e ragazze

Apparentemente tutto era legato al cosiddetto boleto estudiantil, un biglietto scontato per i trasporti a beneficio degli studenti. Una conquista strappata nel settembre 1975 e un anno dopo sospesa dalla dittatura di Videla. I sequestrati erano i leader della protesta in diverse scuole. Ma riannodando il filo delle testimonianze, si è giunti a un’altra conclusione, «non fu per il boleto, volevano cambiare il mondo». Quella di Maria Claudia Falcone diventò la storia iconica per raccontare quella notte.

Lei abitava a un isolato e mezzo da scuola, il boleto non le cambiava nulla. Aveva gli occhi azzurri, dieci in inglese e nove in disegno. Le piaceva ascoltare i Sui Generis, il suo gruppo rock preferito, ballare, fumare, ogni tanto un salto pure alla partita del suo Gymnasia y Esgrima di La Plata, allenato tanti anni dopo da Diego Armando Maradona, uno che sperò, parole sue, «prima di morire di sapere che cosa accadde a quei trentamila ragazzi».

Claudia aveva però una passione più grande di tutte: la politica e la sconfitta della dittatura. Per questo aderì ai Montoneros con il ruolo in quel momento di “aspirante militante”. Curiosamente, nella scheda compilata dai suoi rapitori, il suo grado di “pericolosità”, come quello dei suoi altri coetanei, era “minimo”. Una parola che non bastò a salvarla.

Di alcuni dei suoi giorni in detenzione raccontò poi proprio Pablo Diaz, che si era innamorato di lei in quei dialoghi struggenti separati da una parete. Claudia gli confessò di essere stata violentata ripetutamente, una circostanza che la giustizia argentina avrebbe dichiarato soltanto nel 2024 dopo mille insufficienze di prove. Poi venne il giorno in cui i due si separarono, Pablo fu portato in un altro carcere non più clandestino. Ma prima chiese di vedere Claudia per l’ultima volta.

Le disse «ci vediamo fuori». Ma lei rispose «no, non uscirò da qui. Dimmi però che ogni ultimo dell’anno ci ricorderai con un brindisi». Con questa promessa addosso, Diaz continua a vivere e a ricordare. «Con una fantasia e una paura – ha detto nell’intervista che sarà trasmessa stasera a Roma prima della proiezione del film al cinema Nuovo Aquila del Pigneto – La fantasia è che quando la natura mi chiamerà a sé, i miei compagni diranno se ho rispettato l’impegno di non dimenticarli. La paura è che in quello stesso momento io possa incontrare Claudia, lei con i suoi 16 anni e io ormai in piena vecchiaia».

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