Si può continuare a scrivere al tempo di una dittatura? O tanto meglio fuggire in esilio? Dopo il 24 marzo 1976 scrittori, poeti, giornalisti argentini, si sono trovati di fronte a questo dilemma. Che è stato comune anche a tanti altri paesi dell’America Latina
Sono i giorni in cui ricorre il cinquantesimo anniversario del colpo di stato militare che portò al potere Jorge Videla in Argentina, un periodo cupo, di terrore e sangue, che si è lasciato dietro uno strascico di 30mila desaparecidos, bambini rapiti e migliaia di argentini costretti all’esilio. Si può continuare a scrivere al tempo di una dittatura, bisogna nascondersi sotto il foglio, lo pseudonimo, il samizdat, o tanto meglio fuggire in esilio? Dopo il 24 marzo 1976 scrittori, poeti, giornalisti argentini, si trovarono di fronte a questo dilemma.
Chi va e chi resta
Per Julio Cortázar l’esilio era la strada per la resistenza, l’unica a garantire libertà di scrittura. In aperta polemica con Cortázar la scrittrice Liliana Heker, che invece aveva deciso di restare in Argentina, e fondare una rivista letteraria, El Ornitorrinco, insieme ad Abelardo Castillo e Sylvia Iparraguirre. Si può ancora scrivere, volevano affermare Heker, Castillo, Iparraguirre; ma come si può scrivere tutto, faceva il controcanto Cortázar. Dopotutto in quegli anni di terrore si poteva sparire e venire ammazzati per quel che si scriveva.
Il caso più emblematico è quello di Rodolfo Walsh. Già autore di Operazione Massacro, dove aveva raccontato il massacro di un gruppo di civili nel 1956, Walsh cadde vittima di un’imboscata e fu fatto sparire il 25 marzo 1977, esattamente un anno e un giorno dopo il golpe. Per i militari la sua colpa era quella di aver scritto una lettera alla giunta, denunciando la censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, gli assassinii, la repressione, i desaparecidos, gli esiliati, le torture, il coinvolgimento della Cia statunitense.
Un’altra lettera di Walsh è quella indirizzata allo scrittore Paco Urondo, un necrologio in forma di missiva scritto dopo l’assassinio di Urondo. «Non ti facevi illusioni sulla tua sopravvivenza», scriveva con amarezza Rodolfo Walsh come parlando tu per tu allo scomparso, perché in quei giorni di primavera del 1976 le persone sparivano alla luce del sole: era successo a Paco a giugno, e pure ad Haroldo Conti, scrittore e giornalista sequestrato nel mese di maggio.
Si poteva scrivere comunque, in segreto, dentro la propria stanza, esercitando l’arte del camuffamento e del romanzo. Respirazione artificiale di Ricardo Piglia prende il via nell’aprile del 1976, un mese dopo il golpe, e forse non è un caso che si concluda con una disquisizione sull’ascesa di Adolf Hitler, le possibilità di scrivere al tempo dell’orrore, e la domanda che aleggia sulla testa dello scrittore: come parlare dell’indicibile? Pubblicato negli anni della dittatura, quello di Piglia resta un romanzo oscuro, allo stesso tempo una prova di possibilità per la letteratura al tempo della repressione.
Seminata di ossa
L’intera America Latina è seminata con le ossa dei dimenticati, diceva lo scrittore cileno Roberto Bolaño, perché quello argentino non è stato l’unico colpo di stato in quegli anni: nel 1973 in Cile il generale Pinochet aveva preso il potere con un golpe, e in Uruguay si era installata una giunta militare. La scrittura in Sudamerica in quella parte di Novecento si intrecciava malauguratamente alle dittature: si soccombeva, si scappava, si scriveva di nascosto.
Molti scritti di quegli anni si saranno perduti, soffocati dal proprio tempo; altri sono venuti fuori anni dopo, quando la parola si è liberata dal terrore della repressione. Così, per esempio, una parte d’ombra della mano di Bolaño scriveva sempre rivolta verso la striscia di terra cilena: anche se era andato via dal Paese da ragazzo, dalla distanza aveva scritto storie come Notturno cileno, Stella distante, che fanno salire in gola la memoria delle ossa dimenticate e il clima da distopia fantasma dei Settanta latinoamericani.
Molta letteratura postuma si è scritta, ancora oggi si scrivono libri che scavano nel passato del golpe e nelle microstorie nascoste sotto la polvere. Uno degli ultimi è La chiamata di Leila Guerriero, pubblicato nel 2024 (in italiano per Sur), racconta la vicenda di una donna argentina rapita e torturata nel centro di detenzione dell’Esma negli anni della dittatura. Una donna argentina, una delle donne, una desaparecida: per non dimenticare tutta la massa indistinta di nomi che la dittatura ha fatto sparire.
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