Il 24 marzo 2026, ricorrerà il cinquantesimo anniversario dal colpo civico-militare più brutale che la storia argentina ricordi. Nella mostra Spazi (des)aparecidos. Memoria contro l’oblio: un atto politico universale. Argentina 1976 -2026, in questi giorni al Nuovo Cinema Aquila. Per riconoscere le vittime della violenza di Stato, nominare i responsabili e difendere, ogni giorno, la dignità umana
Le foto della mostra Spazi (des)aparecidos. Memoria contro l’oblio: un atto politico universale. Argentina 1976 -2026 sono delle foto consunte, dei ritratti stropicciati, che ci ricordano quanto tempo è passato. Taty Almeida, una delle più combattive tra le Madres de Plaza de Mayo, sembra ancora una ragazza, con i suoi 77 anni. Era il 2007 e ci raccontava come la loro battaglia, per ottenere giustizia per i 30mila desaparecidos della ultima dittatura civico-militare, stava finalmente trovando casa.
Scantinati, soffitte, stanze di scuole militari, ospedali, commissariati, prefetture, edifici comuni. Luoghi che il terrorismo di Stato nel 1976 aveva trasformato in centri clandestini di detenzione, in campi di concentramento e sterminio in cui chi si organizzava e lottava per una società più giusta veniva sequestrato, torturato, fatto sparire.
Luoghi che nel 2007, grazie a un progetto di documentazione audiovisiva, voluto dall'Associazione dei figli e figlie dei desaparecidos in Argentina H.I.J.O.S. e realizzato da Progetto Sur e da Fotografi Senza Frontiere, venivano ritratti insieme alle persone che li avevano attraversati, per testimoniare il processo in atto: da ex centri clandestini di detenzione a Spazi per la Memoria, la Verità e la Giustizia.
Spazi vuoti, privi di una apparente identità e significato, eppure pronti a trasformarsi in prova tangibile di una memoria e di una storia da costruire collettivamente. Spazi in cui si fanno presenti i 30.000 desaparecidos. Spazi in cui i valori di quella energica generazione possano essere riconosciuti, trasmessi e rinnovati nel presente. Spazi in cui la lotta delle Madres e Abuelas de Plaza de Mayo, dei figli e di tutti i familiari trova finalmente una casa comune.
L’anniversario
Il 24 marzo 2026, ricorrerà il cinquantesimo anniversario dal colpo civico-militare più brutale che la storia argentina ricordi. Taty Almeida, sarà in piazza, nella sua Plaza de Mayo, con i suoi 95 anni a dimostrarci ancora una volta che la memoria e la storia si costruisce giorno dopo giorno, senza sosta, senza mai dare per raggiunto l’obiettivo. Sarà in piazza insieme a migliaia di persone a reclamare al governo Milei che gli Spazi per la Memoria non vadano dismessi, a pretendere che continuino ad essere dei luoghi di ricostruzione del passato, di costruzione del presente, e di immaginazione del futuro.
Sarà in piazza a reclamare lo stanziamento dei fondi necessari affinché le Abuelas-Nonne de Plaza de Mayo possano continuare a cercare quei 300 uomini e donne che 50 anni fa furono sottratti illegalmente alle detenute politiche torturate e poi uccise. Sarà in piazza a reclamare la manutenzione della banca-dati del dna delle famiglie dei desaparecidos, affinché possa continuare a restituire l’identità biologica a quei 300 nipoti che ancora mancano all’appello e che ancora non hanno conosciuto l’abbraccio delle loro vere famiglie.
Noi non potremo essere a Buenos Aires in questo 24 di marzo in cui, per la prima volta dopo decadi, il revisionismo del governo Milei mette in questione i crimini di lesa umanità perpetrati dei militari genocida. Abbiamo però sentito l’esigenza di rendere presenti a Roma le persone e gli spazi che sono protagonisti di una memoria costruita durante 50 anni.
Abbiamo srotolato le potenti foto di Giorgio Palmera (Fotografi senza Frontiere) e Ariel la Rosa (Progetto Sur), le abbiamo pulite con cura, abbiamo cercato di eliminare i segni del tempo, per poi alla fine scoprire che sono proprio questi segni che le rendono imperfette, a restituire il significato più pieno del costante processo collettivo che è la costruzione di memoria condivisa.
Un atto politico
Queste foto che 20 anni fa volevano comunicare il consolidamento di un obiettivo raggiunto, oggi denunciano la fragilità delle verità storiche che pensiamo essere acquisite.
Questi luoghi e questi volti continuano a interrogarci. In un mondo attraversato da guerre, autoritarismi, discorsi d’odio e nuove forme di sparizione – fisica, simbolica, digitale – la loro presenza ci ricorda che nessuna democrazia è garantita per sempre.
Esporle dopo vent’anni a Roma significa per noi continuare a tessere un ponte tra l’America Latina e l’Europa, tra passato e presente. Per affermare che la memoria non è un esercizio nostalgico ma un atto politico universale: riconoscere le vittime della violenza di Stato, nominare i responsabili e difendere, ogni giorno, la dignità umana. La mostra si può visitare al Nuovo Cinema Aquila fino al 24 di marzo.
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