«Ma Ben-Gvir crede in Dio?», «Crede in Dio più o meno quanto un Matteo Salvini che agita il rosario in piazza del Duomo». La domanda è di Walter Siti, la risposta di Gad Lerner. Da queste conversazioni su Whatsapp tra lo scrittore e il giornalista è nato l’incontro “Pessimismo della ragione e ottimismo della volontà”, moderato da Giulia Merlo, al nostro evento di Milano.  

Romain Rolland scrisse la frase, che fu poi ripresa da Antonio Gramsci, nel 1920. Entrambi pensavano che bisognasse far convivere entrambe le cose. Siti invece mette in discussione i termini ragione e volontà oggi: «Non sono così sicuro che le persone facciano quello che vogliono, ma è più probabile che facciano quello che vuole la loro bolla. Lo stesso per la ragione: spesso non ragioniamo con la nostra testa ma con la testa collettiva», dice Siti. Per questo, una frase di questo tipo per lo scrittore non ha più molto senso. 

«L’unico senso è interno», prosegue lo scrittore, «sentire dentro di sé questa doppia tensione. Parto da me: il pessimismo della ragione è ciò che cavalco più volentieri». Una posizione che però dal punto di vista etico ha sempre dato molto fastidio a Siti, perché anche se non si vede una via d’uscita si dovrebbe agire. 

Per Gad Lerner invece sì, «esiste una via d’uscita». Da quello che chiama il suo ruolo di “militante” o “militonto”, deve credere che esista, «altrimenti non mi ritroverei a 71 anni a considerare necessario un impegno sul terreno del dissenso ebraico». Questo è possibile con il messianismo: «Ho trovato nell’ottimismo della volontà il seguito di una matrice culturale dell’attesa dell’era messianica, della giustizia che si fa su questa terra, della fine della sofferenza dei poveri e degli oppressi».

Forme mostruose

Una spinta, dice Lerner, «per evitare di cadere nel cinismo fatalistico» presente anche in molti commentatori di geopolitica. Detesta le loro modalità di ragionamento «perché servono a spiegarci che non c’è niente da fare, che non c’è alcuno spazio per noi, che sono altre le dinamiche nelle quali non si può intervenire».

Un messianismo che può però assumere forme mostruose. «Io sono convinto di assomigliare più di quanto non vorrei ai coloni israeliani che fanno i pogrom nei villaggi palestinesi perché le terra della Bibbia deve tornare ebraica», dice Gad Lerner. Un atteggiamento che fa parte di una totale deformazione interpretativa di un testo biblico. «Per molti di loro invece questo discorso non è anche un alibi per sfogare la prepotenza?», domanda Siti.

Ci sono casi di strumentalità totale –  «Ben-Gvir crede in Dio più o meno quanto un Matteo Salvini che agita il rosario in piazza del Duomo» o «un Borghezio che ce l’ha fatta» – poi ci sono i fanatici. 

Ad ogni modo, bisogna saper guardare alla lunga gittata: al biennio rosso è seguito il disastro totale, ma poi abbiamo visto pezzi di popolo diventare classe dirigente di prima qualità. «Credo che perfino nella società civile israeliana e palestinese ci siano persone che diventeranno classe dirigente», conclude Lerner.

Un problema di balistica, lo definisce Siti: «Se il cannone spara vicino ha ragione Gad, ho enorme rispetto per chi ha il coraggio di prendere le armi e intervenire nel momento in cui sembra tutto perduto». Se, invece, il lancio del cannone va più in là, per lo scrittore stanno accadendo molte cose sul piano psichico: con la verità messa talmente tanto a dura prova, anche a causa dell’intelligenza artificiale, «a un certo punto le persone non sapranno più distinguere tra cosa è accaduto davvero e cosa invece si finge che sia accaduto, ma tutti ci credono». E, continua, «mi chiedo» se in un mondo di questo tipo «questa spinta a dire tutto è perduto ma io combatto avrà ancora la stessa forza». 

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